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CARITAS DIOCESANA DI ROMA - RASSEGNA DELLA STAMPA QUOTIDIANA - 28 FEBBRAIO 2004
Il Messaggero 28-02-04 Cronaca di Roma p. 33

L’INTERVENTO 

«Così abbiamo capito quale strada percorrere» 

di GIUSEPPE ROMA

TRENT’ANNI sono un periodo troppo lungo perché sia sensato registrare i naturali progressi compiuti, sul piano economico e sociale, da una grande città come Roma. Eppure lo scossone che Giuseppe De Rita e don Clemente Riva provocarono in Vicariato, nel febbraio del ’74, ha avuto una gittata così potente che resta ancora vivo il senso delle loro considerazioni. Di fronte alla povertà e agli egoismi categoriali, ai disagi e alle forti disuguaglianze, ad una città che tentava di sfuggire ad ogni ordinato controllo, il governo dei processi non poteva prescindere dalla vitalità e dalla responsabilità dei vari gruppi sociali.

Le tracce di quella linea, appena abbozzata allora, si possono ritrovare come fondamento di una metropoli ora più solidale, più attenta a prevenire e combattere l’emarginazione, più preparata ad accogliere gli “ultimi”.

A metà degli anni Settanta Roma era una città di impiegati in un’Italia di operai, con un ceto medio assai diffuso, ma in gran parte indolente, concentrato prevalentemente nel settore terziario pubblico o nei servizi tradizionali, dell’artigianato e del commercio. Eppure era una città in trasformazione, uscendo definitivamente da quell’atmosfera popolana e pittoresca così ben descritta da Pasolini: l’epoca di “Accattone” stava finendo e si era in piena Fellini’s Roma, quella delle feste e della consacrazione di un nuovo ceto borghese metropolitano, degli studenti e della cultura.

Il passaggio verso un più diffuso benessere finiva per acuire le spaccature esistenti in un contesto urbano che, in meno di un decennio, aveva assorbito seicentomila nuovi residenti. Da una parte si collocava il ceto medio

Segue all’interno con stipendio fisso e secondo lavoro, dall’altra immigrati laziali, abruzzesi o meridionali, con bassi livelli di istruzione, lavoro precario e condizioni di vita disagiate. Di fronte a crescenti bisogni sociali permanevano enormi carenze. Innanzitutto, il reticolo fitto di borgate e baraccopoli evidenziava un gigantesco problema abitativo cui neanche il dilagante abusivismo poteva offrire risposta. Dal punto di vista sanitario tubercolosi ed epatite colpivano quote consistenti di popolazione. Quasi metà degli alunni delle elementari e un terzo delle medie erano costretti ai doppi turni, per carenza di scuole e di aule.

L’incontro sui “mali di Roma” contribuì ad evidenziare tutto questo, ma soprattutto aprì uno squarcio, inedito per l’epoca, sulla convivenza civile in una grande area metropolitana, dove la conflittualità si fa esplosiva se coloro che dispongono di più pretendono tutto per sé, lasciando deperire progressivamente le condizioni di vita dei più marginali.

Il lungo processo di risanamento del territorio ha certamente giovato nel migliorare l’assetto complessivo dell’area romana. Se oggi viene riconosciuto il successo della città, da un punto di vista occupazionale e produttivo, molto lo si deve al mutato clima sociale, ispirato, più che nel passato, al coinvolgimento e all’attivazione di reti solidaristiche.

L’economia locale può giovarsi della spinta e della voglia di fare proveniente dai nuovi arrivati: gli immigrati stranieri, i giovani studenti delle Università, la popolazione fluttuante attratta dalle numerose eccellenze presenti in città (tecnologie e informatica, cultura, media, industrie della creatività, poli della ricerca pubblica).

Rispetto alle più consolidate strutture metropolitane, Roma gode di una flessibilità sociale, che naturalmente sfuma nel precariato e nel sommerso, più adatta ad affrontare una difficile congiuntura. Se l’industria manifatturiera del Nord-Est decentra all’estero, lasciando vuoti i capannoni, il terziario romano rigenera attività e occupa nuove posizioni. Di fronte alle crisi della grande impresa, il pulviscolo degli iperspecialisti del software, delle medie unità aziendali della

pubblicità o della produzione televisiva, della finanza immobiliare, del trading o dei call center, sembrano avere la duttilità sufficiente a poter affrontare le sfide competitive del momento.

Le attuali criticità hanno dimensioni e qualità assai diverse da quelle di trent’anni fa. Oggi le povertà materiali ed economiche sono localizzate in determinate categorie sociali come anziani e immigrati stranieri, specie se clandestini. Assumono i connotati di vera emergenza condizioni familiari dove siano presenti persone non autosufficienti, per malattia o disabilità. Il disagio scolastico dei minori, le marginalità periferiche e giovanili, le tossicodipendenze, l’Aids, la violenza delle gang adolescenziali costituiscono altrettanti evidenziatori di difficili rapporti familiari e comunitari, che necessitano di un rilevante aiuto da parte della collettività.

Le maggiori attuali speranze nell’affrontare i problemi sociali stanno proprio nel modello di welfare locale che si sta realizzando a Roma grazie all’impegno congiunto delle strutture pubbliche, delle imprese sociali e dell’associazionismo di volontariato. L’anticipatorio e lungimirante richiamo alla responsabilità individuale e collettiva per risollevare Roma dai suoi mali sociali è oggi pratica estesa e condivisa. Non avremo certamente annullato disagi e marginalità, ma almeno abbiamo capito quale strada seguire.