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CARITAS DIOCESANA DI ROMA - RASSEGNA DELLA STAMPA QUOTIDIANA - 5 OTTOBRE  2004
Corriere della Sera 05-10-04 Cronaca di Roma p. 49

1979-2004, una missione tra noi

CON GLI ULTIMI DEGLI ULTIMI

di ELISABETTA RASY

Anche i più distratti tra i romani sanno ormai da tempo che per «gli ultimi degli ultimi», per quelli che non solo è difficile aiutare ma spesso è quasi impossibile o terribile avvicinare, in città c'è la Caritas. Barboni, homeless, malati senza ricovero, zingari, i più derelitti e spaesati degli extracomunitari, insomma tutti i cittadini senza città della Capitale nell'istituzione diocesana che oggi compie venticinque anni trovano un ascolto e un aiuto. Talvolta non senza conflitto con la popolazione, come accadde di fronte alla volontà della Caritas di dare un tetto, a Villa Glori, ai malati terminali di Aids che il pregiudizio e la paura, più che la realtà della malattia, condannava a un rifiuto senza speranza. Più spesso, però, con il sollievo di accorgersi che c'è qualcuno in città disposto a «sporcarsi le mani», come diceva don Luigi Di Liegro, aprendo ostelli, mense, ambulatori, case-famiglia, affrontando situazioni considerate ingestibili nella normale routine cittadina in nome di quella carità senza la quale, come dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, nulla giova. Non tutti sanno, però, che l'azione della Caritas non è nata solo per ispirazione religiosa, ma da una concreta analisi dei mali della città: le sue basi furono poste in un convegno diocesano del '74, dedicato alle piaghe della moderna capitale cresciuta affannosamente e sbadatamente nel dopoguerra. Con l'idea di qualcosa di molto diverso da un semplice e tradizionale strumento di beneficenza, perché andava a incontrare quegli «angoli di Terzo Mondo» che uno sviluppo mutilato di solidarietà andava moltiplicando a Roma. Qualcosa che puntava a una diversa idea di città. La Caritas ha dovuto più e più volte aggiornare il suo catalogo degli ultimi. I barboni, gli zingari, gli immigrati senza risorse esistono ancora, ma alle «povertà pesanti» si sono aggiunte quelle che Giuseppe De Rita ha definito le «povertà postmaterialistiche». La vita difficile dei sempre più numerosi anziani soli, dei giovani delle periferie, delle donne sole che non hanno lavoro perché hanno figli o che non possono occuparsi dei figli perché devono lavorare. Infine - ed è storia di oggi - di una parte non irrilevante del ceto medio che scivola nella povertà e che non ha né strumenti né interlocutori per restare a galla. La Caritas, in questi dolorosi ambiti, non ha avuto solo il merito dell'aiuto concreto: spesso è stata un'avanguardia nel mettere a fuoco problemi non ancora arrivati alla sensibilità dell'opinione pubblica e delle amministrazioni, nel fornire dati, soprattutto nel fornire un modello di cittadinanza dove, con beneficio di tutti, il senso della comunità prevale sull'indifferenza. Lo ha fatto interpellando con forza gli amministratori della città e le istituzioni. Negli ultimi anni questa domanda di collaborazione ha cominciato a funzionare. Non sfugge a nessuno, però, che la città laica è ancora debitrice di una risposta esaustiva. Il lavoro crescente della Caritas nei suoi venticinque anni di vita è un conforto per i romani, ma anche un segnale del ritardo che la Capitale non è riuscita a colmare.