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CARITAS DIOCESANA DI ROMA - RASSEGNA DELLA STAMPA QUOTIDIANA - 24 FEBBRAIO  2005
Il Messaggero 24-02-05 p. 31

Gianfranco Imperatori e monsignor Di Tora, Roma e l’ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek che da domani sarà nelle sale cinematografiche 

 «C’è l’emozione in questo “cuore sacro”» 

Un economista e un sacerdote concordano: ecco perché questo film colpisce 

di ROBERTA BOTTARI

ROMA - Gianfranco Imperatori è quello che si chiama un uomo d’affari, come la protagonista di Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek. Ma alla proiezione del film, il segretario generale dell’Associazione Civita, economista specializzato in discipline bancarie, grande esperto di finanza innovativa, presidente di Banca di Roma International, di Fineco Asset Management e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, invece di sentirsi anima e corpo con la donna che tiene testa ai consigli d’amministrazione, a sorpresa si immedesima con il povero sacerdote. E vicino a lui, monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas, al contrario, parla di film laico e si sente molto simile all’imprenditrice. Ma i due sono d’accordo su qualcosa: Cuore Sacro li ha emozionati. Dalla sala di proiezione di Roma (dove è ambientato il film), escono compresi, pensierosi e con una certezza: ne è valsa la pena. Hanno interrotto i loro impegni (e non sono pochi) per andare al cinema: prima sembrava loro un gioco leggero, ora un impegno che hanno fatto bene a prendere. E se da monsignor Di Tora ce lo si poteva aspettare, da un industriale, benché illunimato, poteva anche arrivare una reazione opposta.

«Non sono - dice Gianfranco Imperatori - un uomo d’affari da fumetti. Ho una vita, una storia. Mia moglie è stata malata per 15 anni: conosco la sofferenza. Mi sono trovato a contatto con persone che vivono nel dolore. Per forza. E allora ho reagito, mettendo a disposizione la mia capacità organizzativa, le mie esperienze aziendali. Esattamente come padre Carras nel film di Ferzan Ozpetek. La spontaneità è bellissima ma, se fine a se stessa, diventa quasi inutile. Frequento la Caritas, sono stato con Veltroni in Mozambico, ho adottato i miei due figli, una in Somalia, uno in Colombia. Ma non scambiatemi per un buon samaritano: è proprio la mia visione del mondo a spingermi verso la solidarietà, perché la guardo con gli occhi dell’economista».

Gianfranco Imperatori, ci spieghi meglio.

«Il divario fra ricchi e poveri, che si vede così bene in Cuore Sacro , danneggia il mondo e non contribuisce certo a creare nuove ricchezze. In questo preciso momento, occorre fondare nuovi sviluppi, se si vuole andare economicamente avanti».

Per esempio?

«Recuperare i disagiati e gli emarginati. L’attenzione ai ceti deboli contribuisce a fare crescere un Paese e anche la sua ricchezza. L’egoismo è sterile. Pensare di vivere “fregando” le categorie deboli, è semplicemente miope. A lungo termine, non funziona, la Storia avrebbe dovuto insegnarcelo. Bisogna elevarsi sopra la carità e fare dei “diseredati” una specie di nuova impresa. Inquadrarli in chiave di crescita e di sviluppo. Lo stato sociale può anche non essere solo una voce in perdita. Il processo per gli immigrati deve essere l’integrazione, non la carità. Questo è un momento molto delicato, il regista di questo film andrebbe ringraziato».

Di cosa vorrebbe ringraziare Ozpetek?

«Di aver girato un film in cui si capisce che se facciamo crescere gli altri, cresciamo anche noi stessi: non ci crederete, ma è un concetto molto economico».

Secondo lei, riesce a fare della carità solo chi è religioso?

«Assolutamente, no. Sono stato presidente e ora sono presidente onorario dell’Associazione italiana contro le leucemie e si tratta di un’organizzazione laica. Come questa, ce ne sono molte altre. Per la solidarietà, non occorre essere religiosi, basta essere umani».

Non se la prende, anzi, è perfettamente d’accordo il direttore della Caritas, che parla infatti più di sentimenti laici che di Chiesa o di religione.

Monsignor Di Tora, le è piaciuto “Cuore Sacro”?

«Moltissimo. Amo il dialogo che questo regista intraprende con gli spettatori e ho trovato molto interessanti anche i volti che ha scelto: comunicano qualcosa. Ma, soprattutto, mi ha colpito come è descritto l’itineraio morale della protagonista. È molto realistico. So bene che quello che dico può sembrare inverosimile, ma sono io che “vivo” alla Caritas ogni giorno e posso testimoniare che di gente così, che a un certo punto della vita viene spinta a dare e ancora a dare, ce ne è tanta».

La Chiesa è ben rappresentata nel film di Ozpetek?

«Non penso sia un’opera in cui si parla molto della Chiesa. Certo, viene rappresentato un sacerdote, padre Carras, che si dedica in effetti al prossimo e questo è senz’altro un’aspetto della carità e uno dei fondamenti della mia religione, ma lo trovo sostanzialmente un film laico».

Perché?

«Perché è il racconto di un cammino interiore, della ricerca di una persona. In questa realtà la religione è semplicemente un veicolo».

Si è rivisto nelle scene in cui si descrivono le strutture che sono intorno alla solidarietà?

«Realistico: ho trovato tutto molto realistico. Dalle mense alla gente in fila, ai barboni. E poi gli umori, è ben descritta quella sensazione di di appagamento che viene un po’ a tutti. Ho conosciuto persone, laiche, che venivano da noi e iniziavano ad aiutare. Dopo un po’, mi dicevano: “è più ciò che ho ricevuto”. La pulsione a dare esiste e può anche prendere la mano, come la protagonista, Irene, che finisce con il dire: “ho un po’ esagerato”».

I “diseredati”, i barboni, le grotte dove vivono in clandestinità uomini con il dolore stampato sul viso: è questa la realtà a Roma?

«Purtroppo è pieno di gente che si trova in questo stato e, come descrive, appunto, Ozpetek, non si tratta necessariamente di persone grette, che pensano solo a loro stesse e a rubare il portafoglio di chi li vuole aiutare: c’è un’umanità più profonda. La gente che non ha niente, alla fine, è più solidale, perché ha meno da perdere. Ed è così che si scopre la spiritualità, anche se è lontana dalla religione».

Cosa vuole dire?

«Da noi le persone si appoggiano, anche se no n hanno esperienza di fede. Mai come adesso si sente il bisogno di spiritualità: possiamo anche non essere religiosi, ma siamo tutti, necessariamente tutti, alla ricerca di un senso nella vita».