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CARITAS DIOCESANA DI ROMA - RASSEGNA DELLA STAMPA QUOTIDIANA - 23 MARZO 2005
Il Messaggero 23-03-05 Cronaca di Roma p. 33

La fotografia di Camera di Commercio e Caritas: colti, quattro su dieci sono laureati o diplomati 

Immigrati, dai cantieri alle imprese 

Oltre 300mila stranieri risiedono a Roma: crescono i titolari di attività 

di BEATRICE PICCHI

Lavorano perché ne hanno bisogno, e non importa se sono laureati e devono salire sui ponteggi, tirare su muri e montare finestre, loro lavorano perché c’è da mandare i soldi a casa, in Romania, in Polonia, in Africa. Gli immigrati che risiedono a Roma e provincia sono oltre trecentomila: sempre più lavoratori dipendenti (64,1 per cento), sempre meno lavoratori autonomi, ma stanno crescendo gli imprenditori, rispetto al 2003 del 14 per cento. Numeri, percentuali, statistiche che sono la fotografia di come Roma è adesso e di come sarà l’Italia fra venti, trent’anni, una fotografia realizzata dall’Osservatorio sull’immigrazione della Caritas e della Camera di Commercio. Una presenza, quella degli stranieri (quattro su dieci sono laureati o diplomati), che rappresenta «un arricchimento per lo sviluppo del territorio - spiega Andrea Mondello, presidente della Cciaa - soprattutto per la predisposizione a fare impresa che esprimono, ma che desta preoccupazione per l’elevata scolarizzazione di cui sono portatori che non trova riscontro in un’occupazione adeguata». Da qui il rischio «di alimentare sacche di malcontento, invece di approfittare di queste opportunità, perché l’immigrazione non si ferma». E di riconoscere che queste persone, da dieci, quindici anni, oramai, crescono i nostri bambini, e si prendono cura dei nostri vecchi, lavorano in cucina e nei ristoranti, nei cantieri, nelle officine, negli ospedali, ma hanno ancora difficoltà a trovare una casa. Per questo la Camera di Commercio «è impegnata a sostenere, in collaborazione con istituti di credito, questa predisposizione a intraprendere degli immigrati, anche a fronte della fase di stasi che si registra nella nascita di nuove imprese. Così da programmare oggi per realizzare in futuro, perché la città ha bisogno di questi lavoratori e lo sviluppo economico non è possibile senza prestare attenzione alle classi più deboli», questa la filosofia di Mondello.

Crescono gli immigrati, perché piace Roma, Roma accogliente, che ha imparato mille lingue e mille culture, dove i bambini con gli occhi a mandorla scherzano in romanesco e tifano Totti, e a casa mangiano alghe, spaghetti di soia, ma magari pure con il ragù. I minori (il 9,9 per cento, meno rispetto al 17 per cento del 2001, prima della regolarizzazione) studiano (17.822 gli studenti), ma la concentrazione più alta si ferma nella scuola primaria, «perché anche studiare costa, e vivere a Roma non è facile, costano le case, i prodotti alimentari, i libri». «Ma la presenza di 31 mila bambini richiede il potenziamento dei nidi e delle materne per aiutare le mamme che lavorano e non possono contare su altri aiuti - sostiene monsignor Guerino Di Tora, della Caritas - perché una scuola adeguata è il rimedio migliore contro la dispersione. Gli stranieri sono diventati una risorsa, infinita, generosa, concreta».

STORIA - 1

«Amici e prestiti in banca: così ce l’ho fatta» 

«Da voi si dice aiutati che Dio ti aiuta, grande verità, a me è successo proprio così: non avevo niente, e adesso ho una meravigliosa famiglia, due ristoranti, e tanti amici che mi hanno prestato i soldi, poi ho chiesto un altro prestito alla banca e ho deciso quale era la mia strada. Certo all’inizio ho avuto tante paure: il lavoro autonomo è sempre rischioso, perà mi sono buttato e quando stavo in difficoltà sono arrivati gli amici». E’ sereno Aris Chodhry, pachistano di 40 anni, una moglie medico, un bimo di nove anni, felice per quello che è riuscito ad avere dalla vita, grato per quello che è riuscito ad avere da Roma e dai romani. «E io ce l’ho sempre messa tutta», in Francia, sedici anni fa, ha imparato il mestiere: come si stava ai fornelli, tra i tavoli, alla cassa, ma anche in magazzino, a pulire, a fare gli ordini. Arrivato in Italia, a Roma, fece il giro di tutti i ristoranti fino a quando riuscì a trovare un posto.Fino a due anni fa, quando si è messo in proprio e ha aperto il suo primo ristorante nel quartiere Prati ”Shanti” e otto mesi fa il secondo a San Giovanni ”Shalinar”, «e che soddisfazione quando finimmo sulla guida del Gambero rosso per i nostri menù indiani», racconta Aris. «All’inizio pensavo che la mia strada fosse un’altra, ero uscito con buonissimi voti dalla scuola di perito tecnico, da noi, in Pakistan, è difficile, quasi un corso di laurea, e invece...». Invece Aris è felice proprio per tutto questo.

Be.Pi.

STORIA - 2

Lasciato il Niger Zakaria crea gioielli d’argento nel suo laboratorio 

Nel suo laboratorio ci sono sogni e ricordi, disegni e voci del suo paese lontano, perché lui è così, che importa se adesso è imprenditore, vive in Italia da quindici con una moglie che disegna i gioielli che lui realizza in argento, che importa, perché Zakaria Yahya nel suo paese, in Niger, raccontava le storie, le leggende, le fiabe a tutti quelli che per turismo scoprivano la sua terra. E ogni volta rimanevano entusiasti di quei racconti di animali, di stelle e di mare lontano.

Per questo Zakaria, 37 anni, una volta in Italia, non si è lasciato alle spalle il suo paese, la sua arte libera e ricca, l’argento, le pelli, le stoffe colorate. I tesori adesso si mescolano nel suo negozio di artigianato a San Giovanni in Laterano - novecento euro d’affitto - ”Agadez”, in lingua tuareg luogo d’incontro, ci sono gioielli che la moglie disegna e lui crea, ma anche borse, tappeti, cuscini. «Io sono stato fortunato, adesso con il passare degli anni me ne sono reso conto - racconta - sono stato fortunato perché quando ho lasciato il mio paese, sedici anni fa, per andare a Milano non ho avuto problemi con il permesso di soggiorno, qui ho continuato a lavorare nel mondo del turismo e cinque anni fa, a Roma, io e mia moglie abbiamo deciso di aprire un laboratorio-negozio». Da tre anni ha chiesto la cittadinanza italiana, «però sto ancora aspettando, prima o poi mi faranno sapere. Speriamo bene».

Be.Pi.