Quando pensiamo alla persona povera pensiamo ad una persona a cui manca il necessario per vivere: cibo, acqua, vestiti. Raramente pensiamo alla persona povera come a colei a cui è tolta la dignità. Subire ingiustizia significa essere umiliati. È l’aspetto inquietante e drammatico della povertà: il non essere padroni della propria vita, il non sentirsi tutelati da nessun diritto e la convinzione che niente e nessuno ci può liberare da tutto ciò.

Nel Sud del mondo ci sono uomini di buona volontà che cercano di ridare dignità a coloro a cui è stata tolta. In Mozambico li abbiamo incontrati e ci hanno chiesto di non dimenticare e di raccontare.

La campagna nasce perché non ce la siamo sentita di girarci dall’altra parte.


Il contesto
Il Mozambico, pur collocandosi al 172° posto su 177 nel Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2009 redatto dall’UNDP, è un paese in piena crescita che, dopo la guerra civile e il disastro naturale delle inondazioni nel 2000, sta vivendo un periodo di sviluppo economico. Questo sviluppo, però, non è uniforme: è concentrato in pochi centri urbani, esclude la maggior parte del paese e non tocca tutti i settori della società mozambicana.
Per approfondimenti leggi la nostra scheda paese sul Mozambico

↑ torna su


Il problema e le cause
La carenza dello stato di diritto e la mancanza di assistenza legale e formazione civica sono le principali cause di povertà in Mozambico e toccano profondamente la vita degli strati più deboli della popolazione.

A fronte di una produzione legislativa di buon livello manca in gran parte l’applicazione e l’effettività dei diritti riconosciuti dalla legge.

Tra le cause di questa frattura va individuata innanzitutto l’inefficienza drammatica del sistema giudiziario e carcerario. Accade di frequente che i processi vengano letteralmente persi o “dimenticati” e i detenuti (a volte innocenti) spendono anni della loro vita in carcere senza nessun motivo. Gli archivi dove sono conservati i processi sono spesso inagibili, senza illuminazione, gli archivisti chiedono una mancia per le ricerche, i ricorsi contro le decisioni del magistrato sono pressoché impossibili perché devono essere decisi dal tribunale supremo che attualmente ha tempi di decisione che si aggirano intorno agli 8 anni per le cause penali. La polizia spesso non risponde alle richieste d’informazione del procuratore e del giudice istruttore e agisce autonomamente. Capita che i detenuti non possano partecipare ai processi per guasti agli automezzi, o perché è stato perso il mandato del giudice che autorizza il trasporto. Capita che venga rilasciato in libertà il detenuto sbagliato e colui che doveva essere liberato deve spendere anni in carcere prima di vedere riconosciuto l’errore. Nessuno dei casi citati è teorico, sono solo una piccola e non esaustiva esemplificazione di quanto abbiamo visto in questi anni di lavoro. A questo si aggiunga il principio pratico universalmente applicato in Mozambico che, a dispetto di quanto dice la legge, considera l’imputato colpevole fino a prova contraria, con il risultato che la carcerazione preventiva è la norma quasi assoluta e i limiti di legge sono violati così palesemente che non è infrequente avere detenuti in attesa di giudizio che al momento della sentenza hanno già trascorso in carcere più anni di quelli previsti dalla pena comminata dal giudice.

La seconda causa della inaccessibilità della giustizia mozambicana è la scarsità di avvocati e il loro costo. Un Mozambicano medio difficilmente può pagare un avvocato e, soprattutto fuori dalla capitale, gli avvocati sono merce rara e costosa. Esiste un sistema di gratuito patrocinio, ma funziona solo per le udienze dei processi penali e, solo in alcuni casi, per l’intero procedimento. Gli altri settori del diritto che toccano comunque molto da vicino la vita delle categorie più deboli della popolazione (per esempio i processi di lavoro, le cause civili di divorzio o relative all’eredità) non sono coperti da nessuna forma di gratuito patrocinio.

Un ulteriore freno al riconoscimento dei diritti fondamentali è costituito dallo scollamento culturale tra il “paese legale” e quello “reale”. Per l’arretratezza culturale, soprattutto nelle zone rurali, e l’inefficienza della giustizia spesso le leggi non sono applicate e vigono gli usi tradizionali. Questo significa la sottomissione delle donne al marito e alla famiglia di lui, tanto che nel caso di morte del “capofamiglia” la donna e i figli non vedono riconosciuto il diritto alla quota di eredità che spetterebbe loro e devono assoggettarsi alla famiglia del defunto per il mantenimento. Così i figli non hanno nessuna tutela nel caso che i genitori formino un differente nucleo famigliare.

La mancanza di un’effettiva tutela giuridica apre inoltre la strada alla giustizia sommaria e sono molto frequenti, soprattutto fuori dalla capitale, i linciaggi.

E’ appena il caso di menzionare tutti i problemi derivanti dalla presenza della magia nella cultura popolare: sono molti i crimini, le violenze e le violazioni dei diritti civili e patrimoniali che hanno come causa o giustificazione diretta la magia e che, nella società tradizionale, non trovano compensazione o rimedio.

↑ torna su


Il progetto “Diamo un casa ai diritti”
I poveri non hanno bisogno solo di pane e di medicine. Hanno bisogno soprattutto di dignità.

Preoccuparsi della dignità delle persone significa avere a cuore i loro sogni, il loro futuro, le loro speranze. Significa difenderla, accompagnarla, tutelarla.

Con questo obiettivo la Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Maputo insieme all’organizzazione Share ONLUS ed in collaborazione con la Caritas Diocesana di Maputo, si sta preoccupando delle persone e vuole aprire nelle cittadine di Maxise e Vilanculos due Centri di tutela dei diritti per persone che vivono situazioni di violenza e di ingiustizia.

Maxise e Vilanculos si trovano nella Provincia di Inhambane (a nord della capitale) che copre un  territorio molto esteso, dove non ci sono grossi centri urbani e le fonti di reddito sono quasi esclusivamente il turismo, la pesca artigianale e l’agricoltura di sussistenza.  La presenza di avvocati è scarsissima e la distanza tra il tribunale e i villaggi dell’interno rende assolutamente impraticabile l’accesso alla giustizia per la quasi totalità della popolazione.

↑ torna su


Le attività che vogliamo sostenere
–         L’attività di tutela giuridica dei due Centri in favore di chi è più povero e vuole capire quali sono i suoi diritti e come farli rispettare.

–          La formazione di oltre quaranta operatori sociali che, in collegamento con i due Centri svolgeranno il loro servizio per tutte le persone che vivono situazioni di ingiustizia direttamente nei vari villaggi. Grazie a questa rete capillare potranno essere  accompagnate oltre 2.000 persone ogni anno.

–          Il rafforzamento di una Commissione già attiva nel carcere di Inhambane per assistere i detenuti che hanno necessità. La prepotenza e la violenza, infatti, non vengono esercitate solo nelle controversie quotidiane ma possono assumere contorni drammatici anche nel confronto tra cittadini e istituzioni.

–          L’attività di formazione per le Comunità sulle leggi fondamentali della stato mozambicano accompagnerà l’attività di assistenza legale.

–         L’organizzazione di incontri pubblici di informazione sulle problematiche riguardanti la violenza domestica, la legge della terra, la tutela della donna.

↑ torna su


I nostri partner
Commissione Giustizia e Pace – Comissão Arquidiocesana Justiça e Paz de Maputo
Nel 1967 Paolo VI istituisce la Pontificia Commissione “Justitia et Pax”, per rispondere all’esigenza di un organismo della Chiesa universale atto a promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni.“Giustizia e Pace è il suo nome e il suo programma” scrive il Papa in un’Enciclica, due mesi più tardi.

La Commissione Diocesana Giustizia e Pace di Maputo lavora da 10 anni nell’ambito della difesa dei diritti umani attraverso:

Ø Assistenza legale gratuita

Ø Educazione dei cittadini

Ø Reinserimento sociale di ex-detenuti

Ø Advocacy: promozione della cultura della legalità e partecipazione al dibattito sul sistema giudiziario e penitenziario

SHARE onlus
SHARE è una Onlus (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) fondata all’inizio del 2007 da un gruppo di professionisti ed esperti nel campo delle scienze sociali: economisti, avvocati, giuristi, esperti di comunicazione.

Il suo scopo è quello di mettere a disposizione di ogni persona gli strumenti che servono a vivere in una società complessa con pienezza di diritti.

Per compiere la sua missione SHARE intende utilizzare gli strumenti delle scienze sociali per capire i problemi, individuare le azioni da intraprendere e verificare I risultati ottenuti.

Sono i soci di SHARE, o coloro che a diverso titolo collaborano con essa, a mettere a disposizione le competenze tecniche e scientifiche necessarie nelle differenti situazioni.

In sintesi SHARE agevola un trasferimento di conoscenze perché sia messo a disposizione di chi possa utilizzarlo adattandolo al proprio contesto specifico. Per fare questo SHARE si impegna sempre a lavorare in stretta collaborazione con associazioni o istituzioni originarie dei paesi dove sceglie di operare.

↑ torna su


Il video

↑ torna su