Don Luigi Di Liegro voleva bene ai giovani

pantanellaDon Luigi voleva bene agli obiettori di coscienza. In loro esprimeva la sua preoccupazione e attenzione al mondo giovanile e coglieva la possibilità di confrontarsi con una società inquieta proponendo allo stesso tempo una esperienza significativa che in qualche modo potesse portarli a scoprire il significato e l’importanza dell’impegno sociale, della dedizione all’altro, della partecipazione civile. Voleva bene agli obiettori perché amava l’entusiasmo e le idee che dall’entusiasmo nascevano.

Voleva bene ai giovani perché li conosceva, sapeva intuirne i desideri, sapeva entusiasmarli e capirne le debolezze. Per questo poteva permettersi di essere duro con loro.

Don Luigi era esigente perché l’amore è esigente. Molto prima che il fenomeno servizio civile assumesse le dimensioni che sappiamo aveva voluto che la Caritas valorizzasse il lavoro e il significato ecclesiale e politico degli obiettori di coscienza. Come sempre in largo anticipo sui tempi, aveva visto la necessità di progettare e di organizzare lo spazio per giovani interessati a trasformare un periodo di servizio allo Stato in un periodo di formazione alla cittadinanza attraverso il servizio alla gente più povera. E da subito aveva costruito un progetto educativo che non si caratterizzasse confessionalmente ma fosse invece un punto di incontro tra la chiesa e i giovani di altre fedi e di altre ispirazioni a patto che fossero disposti a mettersi in gioco per i più deboli.

Don Luigi dagli obiettori voleva questo: che amassero i poveri perché era convinto che amando i poveri avrebbero incontrato Dio e sarebbero stati dei veri e credibili operatori di pace. E voleva che i poveri fossero amati concretamente, ogni giorno, attraverso il servizio; ma voleva anche per loro un posto privilegiato nei sogni e nei progetti che i giovani avevano per la loro vita. L’amore per i poveri non doveva essere residuale, relegato ad alcuni mesi della propria vita, ma doveva essere continuo, significativo, progettuale: un amore insomma capace di cambiare il mondo e non solo di tranquillizzare le proprie coscienze. Era convinto che solo una percezione profonda della violenza strutturale che causa povertà può favorire la presa di coscienza per un percorso di pace e di giustizia che non sia episodico, ma che orienti e sia significativo per tutta una vita. Da molti considerato un efficace uomo d’azione, Don Luigi era in verità un grande uomo di fede: fede nella parola e nel progetto di Dio, fede nel Gesù di Nazareth presente in ogni uomo, fede nell’uomo come luogo per incontrare Dio.

A noi che l’abbiamo conosciuto e che abbiamo avuto l’opportunità di condividere tanti momenti insieme ha lasciato in eredità una forte testimonianza: la convinzione che, questa fede, senza le opere, è morta. Abbiamo avuto l’opportunità di vivere una forte esperienza di chiesa, di ricerca, di attenzione all’uomo, di coraggio. Sappiamo anche che tutto continuerà ad avere senso se sapremo viverne l’eredità con lo stesso coraggio, con la stessa passione e con la stessa lucidità: lo sappiamo e qualche volta ce lo diciamo anche. Quello che non sempre abbiamo il coraggio di dirci è che Don Luigi, come sacerdote, come uomo, come amico, ci manca; ci manca la sua intelligenza, la sua semplicità, la sua coerenza, la sua voglia di ascoltare tutti. La sua fede incarnata nella storia. Ci manca: forse è sbagliato, forse non dovrebbe essere così, ma ci manca.

Oliviero Bettinelli
Responsabile Area Pace e Mondialità