Un altro 4 marzo: l’Italia vista dall’Ospedale Bambino Gesù

Una testimonianza intensa di una mamma e del bambino accolta in una struttura della Caritas romana

BGMentre l’Italia si fermava in attesa della “maratona” sui risultati delle elezioni e mentre anche il calcio si fermava per la morte di un giovane atleta, io mi trovavo per caso ad accompagnare un’altra attesa. Quella di una mamma per suo figlio di 12 anni – entrambi ospiti presso un casa di accoglienza della Caritas di Roma –, fuori dal comparto operatorio dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Uno “Stabat Mater” che lì va in scena ogni giorno: a due passi, dal Pronto soccorso più “odiato” e più amato di Roma. Si è trattato dell’attesa di un doppio trapianto difficilissimo, l’unica possibilità di continuare a vivere per un ragazzo. Tappa decisiva di una storia lunga, piena di coraggio e di speranza che si fa scelte ardite; di fatica e di angoscia, come solo sa chi frequenta questi posti. Una storia bella, che non è ancora una favola. Magari, un giorno, la si potrà raccontare tutta. Nel mentre, ho visto cose… Ho visto una sala di attesa piccola piccola, con un calendario in cui il 4 marzo non vuole sapere di stare su… Tutti qui vorrebbero già che fosse sempre domani. Ho visto due giovanissimi genitori rom, anche loro a vivere lì vicino la passione di una neonata di 4 mesi, accudire la “nostra” mamma aiutati da una lingua comune, il greco. Una parola, una sigaretta insieme, un panino acquistato per lei. Poche cose. Accomunati solo dall’essere lì, insieme. Qui non conta lo ius sanguinis,ché quando serve una trasfusione non si bada a sottigliezze; qui si scavalcano i pregiudizi da salotto, tastiera e telecomando, e si condivide un pezzo di pane, magari acquistato con gli ultimi soldi in tasca. Ho visto un papà libanese, la cui figlia è stata trapiantata da donatore vivente (la mamma) una settimana fa, aggiornare la “nostra” di mamma, che lo interrogava. Negli occhi di entrambi quel misto di angoscia, fatica e speranza, che ci rende drammaticamente più fratelli. La mamma annuncia al papà libanese che anche suo figlio ha cominciato il trapianto, e lui giunge le mani, guarda verso il cielo e dice: «Inshallah». Se Dio vuole… La mamma mormora: «Speriamo». Una donna cristiana ortodossa, un uomo musulmano, che si parlano in un italiano stentato, fatto delle poche parole che hanno dovuto imparare per capire medici e infermieri e guardiani notturni. Qui si parla questa stessa, unica lingua, e anche se non si professa la stessa fede; Dio non è un’arma, o un merito da sbatterci in faccia, ma una forza e un alfabeto comune. Ho visto le scatole degli organi della salvezza, doni di un’altra storia che ancora non conosco. Qui si muore e si vive, grazie a quella morte. Ho visto e ascoltato tanto Sud Italia, altri viaggi della speranza. E mi sono chiesto: ma è qui a Roma che si ferma l’Italia che “funziona”? Ho visto équipe di medici e paramedici italiani lavorare per oltre 14 ore di seguito sul corpo martoriato di un ragazzo che ha peregrinato per l’Europa. Ho visto un chirurgo, una donna, sfinita ma raggiante affacciarsi da una porticina – che qui sembra un oracolo – e poter annunciare alla mamma: «Siamo molto soddisfatti, sta andando tutto bene». Un sorriso, col pollice su per farle capire “bene”. Alzo il pollice anche io e abbraccio la mamma, che si rilassa un po’… Qui si soffre e si gioisce insieme. Qui si spera e si piange insieme.

Caro 4 marzo 2018, ora che sei finito, ora che sappiamo chi ha “vinto”… ma non sappiamo chi ci governerà; ora che tanti si illudono di trovare presto soddisfazione per la propria rabbia e le proprie paure generandone altre, ho visto un futuro possibile. Non è bello “stare” qui. Ma che bell’Italia possibile quella che ho visto dal Bambino Gesù.

Simone Sereni