Preoccupa la mancanza di speranza

Diocesane_Roma_20181118_ROMA1Tra le tante forme di disagio ed emarginazione, qual è quella che più mi preoccupa? Nelle parrocchie, nelle scuole, con i giornalisti e anche con i miei collaboratori, sento spesso rivolgermi questa domanda. La risposta è semplice: la mancanza di speranza. Sappiamo tutti chi sono coloro che noi chiamiamo poveri: i senza dimora, gli anziani soli, i profughi, le famiglie che vivono diverse forme di precariato, i malati che non possono provvedere a se stessi. Qualche politico ci invita poi a fare una loro classifica non in base al bisogno, né tantomeno all’urgenza, ma tenendo conto dell’etnia («prima gli italiani»), della fedina penale («chi ha sbagliato è giusto che paghi»), della fede («come trattano i cristiani nei loro Paesi?»), del loro curriculum («hanno pagato le tasse?»).

Vi è però un aspetto ancora più grave che riguarda la povertà: non si tratta della scarsità di reddito o della carenza di assistenza, quello che si palesa sempre più ai nostri occhi è che vi è una gran parte di popolazione – a Roma come in altre grandi città italiane – a cui a mancare sono le prospettive per il futuro. L’«Atlante dell’infanzia a rischio» presentato martedì da Save the Children mette l’accento sui diversi «divari» che riguardano il nostro Paese. Rispetto al passato, in cui erano marcate le differenze tra le diverse aree geografiche, quello che emerge sono le «differenze abissali » riguardo all’apprendimento, alla dispersione scolastica e alla salute dei bambini che si registrano anche tra aree urbane molto prossime. Tanto da parlare di «universi paralleli» che distano solo un isolato.

Il report del Banco Farmaceutico evidenzia che le famiglie indigenti spendono più degli altri in medicine – 54% della spesa totale contro il 40% della media – perché non hanno avuto soldi per investire in prevenzione. Lo studio #mapparoma realizzato dall’Università Roma Tre e approfondito da Roma Sette per la Giornata mondiale dei poveri evidenzia in modo ancora più dettagliato questi divari a Roma in termini di istruzione, occupazione, valori immobiliari, sviluppo umano, alloggio e pari opportunità.

Proprio il messaggio di Papa Francesco “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” ci chiede un’attenzione spirituale verso i poveri; non delle opere di carità o collette, bensì un nuovo approccio delle comunità affinché questi siano considerati persone da cui imparare e da prendere a testimonianza. Essi infatti ci guidano e ci fanno progredire nella nostra conoscenza di Dio: la loro fragilità e la loro semplicità smascherano le nostre false sicurezze e pretese di autosufficienza, disponendoci a riconoscere e ricevere nelle nostre esistenze personali l’amore di Dio che, con discrezione e immutata fiducia, si prende cura di noi.

Ci ricorda il Papa che «se desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione».

Per ascoltarlo occorre però saperlo riconoscere, imparando a discernere tra le molte urla che si sentono. Tra le tante sollecitazioni che ci arrivano, dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere chi è il Povero Cristo che grida.

(tratto da Roma Sette del 18 novembre 2018)