L’abbraccio ai profughi ucraini

A San Corbiniano l’incontro tra due comunità che si stanno unendo sempre di più

Succede a San Corbiniano, nel quartiere Infernetto, dove lo scorso 26 maggio i parrocchiani hanno incontrato le persone ucraine scappate dalla guerra e ospitate nel territorio. Un modo per conoscersi meglio e saperne di più anche delle realtà di accoglienza. Il parroco e il diacono permanente di San Corbiniano, don Carlo Turi e Massimo Soraci, hanno infatti raccontato la storia della parrocchia, così come le Figlie della Madonna del Divino Amore, presenti insieme ad alcune donne e bambini ospiti presso la loro struttura. Ma non solo loro. Un’altra famiglia ucraina vive nei locali della parrocchia. «Si tratta di una donna di 40 anni, di sua figlia di 22 e dell’altro figlio di 12», racconta Massimo Soraci.

«Comunichiamo attraverso la ragazza che stava studiando lingue nel suo Paese, ma ci siamo resi conto che molti ucraini, soprattutto quelli che vengono dalle regioni orientali, non sono mai usciti dalle loro città e non conoscono nessuna lingua straniera». Altre 120 persone – una parte delle quali presenti giovedì – sono ospitate in un hotel a pochi passi dalla parrocchia, arrivate in Italia tramite i corridoi umanitari della Protezione Civile.

«Questo è il primo incontro che facciamo ma vorremmo ce ne fossero altri», spiega Luigi Petrucci, responsabile del progetto Emergenza Ucraina della Caritas di Roma. «Non vogliamo fare lezioni, ma incontri, dialoghi, creare vicinanza e prossimità tra le persone». La Caritas diocesana, attualmente, accoglie circa 200 persone in 35 istituti religiosi o parrocchie «e vogliamo testimoniare che non siamo qui solo per aiutare, ma anche per fare un pezzo di vita insieme». Fare strada, stare vicini «e non solo aiutare senza neanche guardarsi in faccia», come aggiunge Giorgio Danese, uno dei tutor della Caritas che segue gli ospiti. «Aiutiamo chi lo desidera con corsi di italiano, soprattutto i bambini, ma siamo consapevoli che l’importante è crescere insieme, accogliersi a vicenda nelle proprie culture, modi di fare ed essere». Ha preso la parola Natalia, giovane ucraina residente in Italia già da sette anni, che ha aiutato come interprete: «Le persone non parlano molto volentieri, perché portano dentro un dolore difficile anche solo da immaginare». Ed è la stessa Natalia, nel tradurre la storia di Maria, una

madre ucraina, a non riuscire a trattenere le lacrime: «Mentre scappava con due figli, non vedeva l’ora che tutto finisse, perché le immagini delle persone morte nelle strade o nelle auto, raggiunte dalle bombe, l’hanno perseguitata per giorni. Quando si vivono certe situazioni – racconta – non c’è neanche il tempo di fare domande o di rendersi conto, perché tutto sta già succedendo prima di fare qualsiasi cosa». Oppure la storia di Tatiana, scappata dalla zona di Leopoli con la figlia di 10 anni: «Prima ci siamo nascosti nei sotterranei, dopodiché sono quasi stata costretta a fuggire perché era la cosa migliore da fare per la bambina» ed è così che sono arrivate prima in Moldavia e poi, grazie a dei volontari, in Italia. E ancora, le timorose risposte di alcuni bambini seduti in prima fila nella chiesa, sulle loro abitudini quotidiane prima che la guerra spazzasse via tutto: ecco dunque «il calcio, il basket, la danza», ma non riescono ad aggiungere altro. «Vogliono pensarci il meno possibile», spiegano le madri accanto a loro, e infatti preferiscono svagarsi proprio giocando a pallone nel cortile antistante la parrocchia, insieme ai volontari della Caritas. Nonostante tutto, c’è spazio per la speranza ed è sempre Natalia a raccontarlo: «Parlo con tante mamme che portano i bambini a scuola e mentre giocano si fermano, quasi di colpo, chiedendo quando arriverà il momento di tornare in Ucraina. Questo è eloquente di quanto siano spaesati, ma anche di quanta speranza ci sia in loro e nelle loro madri che credono fermamente che ciò sia possibile». Anche se, aggiunge Soraci, «pian piano alcuni di loro iniziano a rendersi conto che non sarà così facile, perché la guerra continua e sanno che la loro casa non c’è più».

(Salvatore Tropea, su Roma Sette del 29 maggio 2022)