«Casa. Questo è stato l’Ostello per me in questi due anni. Due anni che sono sembrati una vita intera, tanto da non ricordarmi cosa ci fosse prima. Ma quello che c’è stato durante questo periodo, quello non potrò mai dimenticarlo». Con queste parole inizia la testimonianza di Valeria, giovane volontaria, che apre il nuovo numero del giornalino “Gocce di Marsala”. Un racconto intenso e sincero, che attraversa i due anni di servizio vissuti all’Ostello “Don Luigi Di Liegro”.
Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’articolo, disponibile anche in formato PDF nel numero di giugno di Gocce di Marsala.
Casa. Questo è stato l’Ostello per me in questi due anni. Due anni che sono sembrati una vita intera, tanto da non ricordarmi cosa ci fosse prima. Ma quello che c’è stato durante questo periodo, quello non potrò mai dimenticarlo. L’intensità con cui ho vissuto quelle quattro mura probabilmente ha sorpreso anche me, quattro mura che non richiamano solo la storia di una grande missione, ma che soprattutto parlano di vite. Ed entrarci in contatto, intrecciarmi a loro ogni giorno è stato un viaggio incredibile.
Distruggere, scavare, costruire. I tre pilastri che mi hanno accompagnata in questo turbinio di emozioni, che non solo hanno permesso di aprirmi verso l’altro nel modo più vero e autentico, ma che mi hanno aiutata a scoprirmi, a conoscere quelle parti di me ancora nascoste, a rendermi vulnerabile. Un qualcosa che ancora faccio fatica ad accettare, la mia di vulnerabilità, ma che ora fa meno paura. Il sentirsi un po’ sconfitti a volte, l’abituarsi agli addii e ai nuovi arrivi, il destreggiarsi in un continuo caos, il reinventarsi ogni volta. Ho amato tutto, profondamente. L’ho sentito scorrermi nelle vene, quel posto, e io mi sono vista scorrere tra tutti loro, tra i loro sorrisi, le loro lamentele, la loro rabbia, le loro lacrime. Mi sono vista accanto a loro, sempre, mai un passo dietro o avanti. E mi sono sentita vista da loro in quegli abbracci, in quegli occhi lucidi che mi hanno donato nel momento in cui sono stata io a doverli salutare. Un momento doloroso, ma paradossalmente felice.
Una pienezza improvvisa, che mi ha travolta e dalla quale mi sono fatta trasportare. Una sensazione indescrivibile a parole, per la quale non potrò mai ringraziarli abbastanza, perché in quell’istante ho apprezzato un qualcosa che mai avrei pensato di poter apprezzare prima, il saluto. Mi hanno insegnato come sia fisiologico distaccarsi, di quanto sia a volte necessario lasciarsi per poi ritrovarsi, e di come il “per sempre” non abbia nessuna importanza. Perché è “l’adesso” che conta, e io sono stata attenta a collezionarli tutti, quegli “adesso”, dal primo giorno in cui ho varcato quel cancello; li ho con me, ben impressi nella mia mente, immobili ed eterni, più di un qualsiasi “per sempre”.
Le risposte, quelle risposte che ho sempre cercato dentro di me, tra i miei colleghi, l’essere riconosciuta, la conferma di essere nel posto giusto, tutti i miei dubbi sono loro ad avermeli restituiti. E finalmente ora posso dare un nome a quello che sento in questo momento, serenità, una serenità mai provata prima; consapevole che non si tratti di nessuna chiusura, bensì di una prosecuzione, perché questa grandissima parentesi non ha rappresentato semplicemente una fase della mia vita, rappresenta me, quella che sono stata, che sono e sarò. Una volontaria.