«Accogliere è già curare»: è questa la scritta che si legge sulle magliette di volontari e operatori del Poliambulatorio Caritas di Roma e che ha colpito fin dal primo giorno i giovani medici Silvia Guerriero e Riccardo Serraino, specializzandi in Malattie Infettive e Tropicali all’Università Cattolica. Le loro testimonianze raccontano come la collaborazione tra la Scuola di Specializzazione dell’Ateneo e il Poliambulatorio Caritas, inserito nella rete formativa per l’assistenza a persone migranti e in condizione di fragilità, stia creando percorsi di cura innovativi, capaci di unire competenza medica e attenzione alla persona.
«Ho sentito la necessità di capire meglio il percorso di vita dei pazienti fuori dall’ospedale» racconta la dottoressa Guerriero nell’intervista a CattolicaNews. «Questa esperienza mi ha permesso di riflettere su come proseguire la cura oltre il ricovero, soprattutto per chi vive grandi difficoltà quotidiane». Al Poliambulatorio Caritas, ogni giorno, vengono accolte persone provenienti da contesti di povertà ed esclusione sociale, per ricevere assistenza medica, farmaci, medicazioni avanzate e orientamento ai servizi sul territorio. «Chi entra al Poliambulatorio non cerca solo cure, ma spesso un contatto umano, qualcuno disposto ad ascoltare», spiega la dottoressa.
Il dottor Riccardo Serraino sottolinea come l’esperienza al Poliambulatorio Caritas gli abbia permesso di scoprire il vero significato della cura: «Vedere lo sguardo smarrito di tante persone mi ha aiutato a capire quanto l’accoglienza e l’ascolto siano già parte fondamentale della medicina. Questa esperienza, anche se breve, mi ha restituito il senso della Cura come fine ultimo della nostra professione».
Il Poliambulatorio Caritas, guidato dalla dottoressa Giulia Civitelli, si conferma un luogo di prossimità e solidarietà, capace di offrire cure di base e specialistiche a chi è più vulnerabile, grazie alla collaborazione con volontari, medici in formazione e realtà come l’Università Cattolica e il Policlinico Gemelli. Il progetto rappresenta un’occasione preziosa di crescita umana e professionale per i giovani medici, ma soprattutto un segno concreto di speranza per chi vive ai margini.
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