«Il censimento dei senza dimora presentato dall’Istat è stata un’ottima iniziativa ma non sono state censite tante situazioni dove vivono persone in condizioni di grave marginalità e sarebbe un grave errore politico decidere provvedimenti per l’accoglienza basandosi soltanto su questi dati». Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana, è netto dopo la diffusione dei dati Istat sul numero dei senza dimora presenti in 14 città metropolitane, tra cui Roma. Nella capitale sono state rilevate 2.621 persone, di cui 1.299 in strada. Dato raccolto da centinaia di volontari impegnati in una sola notte di gennaio. E il punto è proprio questo, la metodologia utilizzata dall’Istituto di statistica, che escludeva una serie di luoghi dove vive una fetta consistente dei senza dimora in città.
I principali risultati emersi raccontano, a livello nazionale, una presenza complessiva di persone senza dimora di almeno 18 anni d’età pari a 10.037 individui, di cui il 55,4% ospitate nelle strutture di accoglienza notturna. Il restante 44,6%, cioè 4.474 persone, sono state censite in strada, in spazi pubblici o sistemazioni di fortuna. Sono esclusi dalla rilevazione tutti i minori, chi vive in insediamenti organizzati o in stabili occupati e tutti coloro che, pur non avendo una dimora fissa, sono ospiti da amici o parenti. Roma presenta il valore assoluto più elevato in Italia. Milano è seconda con 1.641 persone, di cui 601 in strada, seguita da Torino con 1.036 persone e Napoli con 1.029. Solo 31 a Reggio Calabria.
Ottima iniziativa, il censimento, ma con alcuni limiti ben precisi. È questa la valutazione della Caritas?
Esattamente. Un’ottima iniziativa con una metodologia scientifica per rappresentare un fenomeno importante, un’iniziativa che noi abbiamo sostenuto e che si concentra su 14 città metropolitane, con tante persone che si sono rese disponibili come volontari. Fatta questa premessa, va detto però che quella emersa è solo la punta di un iceberg. Dire che a Roma ci sono 2.621 persone senza dimora è sbagliato. Non sono state censite diverse situazioni, quelle di persone che vivono in roulotte, baracche, parchi, ruderi, sottoscala, sulle banchine del Tevere e dell’Aniene dove ci sono numerosi insediamenti di fortuna, alla pineta di Ostia dove ce ne sono tre. Basti pensare che lo scorso anno i Vigili urbani, solo nel I e nel II Municipio, avevano censito 351 insediamenti abusivi. Il fenomeno quindi è assolutamente sottodimensionato. Il dato pubblicato ieri non corrisponde alla realtà. Aspettiamo intanto la stima ulteriore che sarà diffusa.
Se venissero i considerati i dati di questo censimento come base per definire provvedimenti di accoglienza rivolti ai senza dimora, c’è quindi il rischio che possano non corrispondere alla realtà oggettiva del fenomeno?
Se ci si basasse solo sui dati presentati ieri, sarebbe un grave errore politico. Non sarebbe accettabile da parte della Caritas di Roma. Una grande area di marginalità attende di essere presa sul serio. Ogni essere umano conta. Se si vuole fare buona politica, avvalendosi di un metodo scientifico, non bastano volontari per un censimento ma servono altri strumenti e le risorse necessarie per ottenerli.
Quali provvedimenti strutturali sarebbero necessari per un’accoglienza adeguata?
Occorre rendere accessibili sistemazioni abitative dignitose e sostenere politiche di accompagnamento delle persone senza dimora sia nell’ambito sanitario, sia psicologico, sia nell’ambito amministrativo. Ma soprattutto va rafforzata in modo significativo la rete di prima accoglienza. Se sono occupati 1.591 posti nelle strutture, come adesso, vuol dire che siamo arrivati al massimo. Serve una rete più diffusa con strutture distribuite nel territorio cittadino, e non solo nel centro storico, ma per esempio a ridosso delle stazioni, dove vivono tante persone in condizioni di marginalità, o vicino ai grandi parcheggi.
Quindi, occhio ai numeri da cui si parte.
Va benissimo il censimento, ma attenzione alla mistificazione dei numeri sulla consistenza delle persone in gravissima esclusione abitativa.
(Intervista al settimanale diocesano Roma Sette del 29 marzo 2026)