Speranza. È questa la parola che domenica 1° marzo ha accompagnato l’attesa e l’accoglienza di Papa Leone XIV nel quartiere Quarticciolo, durante la visita pastorale nella parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Un quartiere spesso raccontato solo attraverso le sue fragilità, segnato da povertà, solitudine e dal peso della dipendenza, ma che ieri ha mostrato il suo volto più autentico: quello di una comunità viva, capace di prendersi cura delle persone più ferite.
Nel salone parrocchiale, al termine della celebrazione eucaristica, il Santo Padre ha incontrato circa 40 persone, segno delle tante periferie umane presenti sul territorio: immigrati, persone malate, disabili, famiglie in difficoltà. Tra loro anche quattro mamme di persone tossicodipendenti che hanno vissuto l’esperienza del carcere. Donne segnate dalla sofferenza, ma diventate oggi testimoni di speranza.
Tra queste la signora Tina, volontaria del centro di ascolto della Caritas parrocchiale.
Che cosa significa per lei essere volontaria Caritas nel suo quartiere?
«Significa stare accanto alle persone davvero», racconta. «Io qui conosco tutti e so anche di cosa hanno bisogno. Non sempre servono i viveri. Molte volte le persone hanno solo bisogno di parlare con qualcuno, di sentirsi ascoltate. E questo, paradossalmente, fa bene anche a me».
Il servizio diventa così relazione quotidiana, fatta di piccoli gesti e presenza costante. «Quando non riusciamo ad aiutare subito qualcuno mi dispiace molto, ma cerchiamo sempre una strada. Qui nessuno deve sentirsi solo».
Quali fragilità incontra più spesso nel territorio?
«Ci sono tanti anziani soli, molto fragili. E poi c’è la droga, che colpisce intere famiglie. Quando un figlio cade nella dipendenza, la disperazione entra in casa».
Tina parla con delicatezza, ma senza distanza. «Capisco quel dolore perché l’ho vissuto anch’io. Per questo cerco di aiutare queste madri come posso. A volte servono più le parole che i fatti. Bisogna custodire la speranza. Io ho imparato a guardare avanti, mai indietro».
Suo figlio ha vissuto la dipendenza. Che cosa ha significato per lei?
«È stata una prova molto dura. Ha iniziato tardi, senza che riuscissi a capirne il motivo. È uscito e rientrato più volte nella dipendenza ed è stato anche in carcere. A 65 anni ho conosciuto anch’io le carceri, andando a trovarlo».
La sua voce resta ferma. «Però io non mi sento di abbandonarlo. E non lo farò mai. L’ultima volta era disperato. Diceva di non aver fatto nulla. L’ho visto così fragile che ho temuto potesse compiere un gesto estremo».
In quel momento, racconta, è stata decisiva la vicinanza della comunità. «Grazie a padre Daniele e al cardinale Reina, che è venuto a trovarci, mi sono sentita sostenuta. Parlando, è nata una possibilità di aiuto concreto. Quando l’ho raccontato a mio figlio, in lui è tornata la speranza. Non dico che sia tutto risolto, ma siamo riusciti a rialzarci».
È questa esperienza che l’ha portata a impegnarsi ancora di più in Caritas?
«Sì, ancora di più. Anche perché ho un figlio con disabilità e conosco bene cosa significa affrontare i problemi ogni giorno. Quando hai sofferto, capisci meglio il dolore degli altri».
Che cosa la spinge a mettersi a servizio degli altri, invece di chiudersi nella sofferenza?
«La sera, quando vado a dormire, penso: oggi ho fatto del bene. E questo mi fa stare in pace. Anche aiutare una sola persona, magari con una parola giusta al momento giusto, cambia tutto. Soprattutto, sento che Dio mi è vicino. Questa certezza mi aiuta ad andare avanti».
Che cosa ha provato sapendo che avrebbe incontrato il Papa?
«Una grande emozione. Spero che questa visita ridia fiducia al quartiere. Tante persone sono demoralizzate, non credono più a niente. C’è bisogno di speranza per andare avanti».
Non è il primo incontro con un Pontefice. «Avevo incontrato anche papa Francesco e conservo ancora la foto a casa. Ma ogni volta è un’emozione nuova».
Poi aggiunge: «I poveri non hanno bisogno solo di aiuti materiali. Hanno bisogno di sentirsi guardati, riconosciuti. Come è successo oggi».
Che cosa vorrebbe dire al Santo Padre?
«Che sono felice di quello che faccio in parrocchia e grata alle persone che mi hanno accolta. Quando sai che tuo figlio ha avuto problemi di droga o è finito nei guai, spesso gli altri si allontanano. Qui invece mi sono stati ancora più vicini».
Nel Quarticciolo, dove spesso la cronaca racconta soltanto il disagio, la visita del Papa ha mostrato un’altra realtà: quella di una comunità che accompagna, ascolta e rialza.
Una speranza concreta, fatta di volti, storie e mani tese. Come quelle di Tina, che ogni giorno alla Caritas sceglie di farsi vicina a chi cerca un ascolto sincero e fiducia per ricominciare.
Anna Moccia
Foto: Vatican Media
