Vicino ai detenuti, con umanità e speranza. Le testimonianze degli operatori Caritas

Nel Centro per il Rimpatrio di Ponte Galeria, gli operatori dell’Area Immigrati della Caritas di Roma incontrano le persone trattenute, offrendo ascolto, orientamento e una presenza discreta che restituisce umanità in un contesto segnato da incertezza e solitudine.

Il CPR è un luogo in cui il tempo sembra sospeso e dove le persone vivono una condizione di attesa e incertezza. Il nostro impegno consiste nell’incontro con le persone trattenute e con loro iniziamo un dialogo che non è mai scontato. All’inizio può esserci diffidenza, stanchezza, a volte persino rassegnazione. Poi, lentamente, attraverso l’ascolto e il rispetto dei tempi di ciascuno, qualcosa si apre. Il colloquio diventa uno spazio in cui la persona può raccontarsi: il proprio paese di origine, il viaggio affrontato, le ragioni che l’hanno spinta a partire, ma anche le difficoltà incontrate lungo il percorso e quelle che vive nel presente.

Le persone che incontriamo portano con sé storie complesse, fatte di viaggi, paure, separazioni, speranze interrotte. Il nostro compito è raccogliere queste storie con cura, cercando di comprendere non solo i fatti, ma anche i bisogni che emergono. Durante i colloqui, cerchiamo di creare uno spazio il più possibile accogliente, nonostante il contesto difficile. Il nostro obiettivo è duplice. Da un lato, raccogliere informazioni utili che possano aiutarci a individuare eventuali vulnerabilità: condizioni di salute, situazioni familiari e possibili percorsi di assistenza.

Dall’altro, e forse ancora più importante, offrire un ascolto autentico: essere ascoltati senza giudizio, sentirsi riconosciuti come persone, non ridotti a una condizione amministrativa.

Emergono bisogni molto concreti: alcune persone hanno necessità di cure mediche adeguate, altre chiedono aiuto per contattare un avvocato o per capire la propria situazione giuridica. Ci sono persone che non sentono la propria famiglia da mesi e vivono questa distanza come un dolore costante. In questi casi, cerchiamo di attivarci, di fare da ponte, di dare seguito alle richieste quando possibile. Non sempre, però, riusciamo a trasformare i bisogni in risposte efficaci, e questo senso di limite accompagna il nostro lavoro.

Ogni incontro con le persone lascia un intreccio di emozioni: impotenza, consapevolezza dei limiti ma anche gratitudine per gli incontri avvenuti e un momento di fiducia in un luogo dove la fiducia è fragile. È un’esperienza che ci spinge a confrontarci con i limiti del proprio ruolo e con la complessità delle situazioni. Ma è anche un’esperienza che restituisce senso, perché in quei momenti di ascolto si riafferma qualcosa di essenziale: l’importanza di esserci, di riconoscere l’altro, di non lasciare che le storie restino invisibili.

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