Che cosa succede quando si entra in una classe per parlare di immigrazione, tratta e sfruttamento? Succede che, spesso, sono i ragazzi a sorprendere gli adulti.
Negli ultimi mesi gli operatori del Centro Ascolto per Migranti e Rifugiati, nell’ambito del progetto Rox@nne ed Oltre per l’aiuto alle vittime di tratta, hanno portato nelle scuole superiori uno spazio di confronto dedicato a temi complessi e profondamente attuali: le migrazioni, la tratta di esseri umani e le diverse forme di sfruttamento, da quello sessuale a quello lavorativo, fino alle nuove vulnerabilità legate al mondo digitale.
Gli incontri hanno coinvolto tre istituti scolastici superiori romani – l’ITTL Francesco De Pinedo, l’IIS Via delle Sette Chiese – sede Rousseau e l’IISS Cine TV Rossellini – raggiungendo sei classi e oltre cento studenti.
Non sono state semplici lezioni frontali. Attraverso il dialogo, l’ascolto e il confronto, i ragazzi sono stati invitati a interrogarsi sulle parole che spesso sentono nei notiziari ma che rischiano di rimanere astratte: immigrazione, tratta, sfruttamento, dignità, libertà.
Da queste riflessioni sono nate domande, dubbi e considerazioni profonde. Una frase, in particolare, è rimasta nel cuore degli operatori:
“La speranza è l’ultima a morire. Molte persone possono perderla ma anche ritrovarla. La speranza di cambiamento per i figli”.
Parole semplici, ma capaci di raccontare il senso di tanti percorsi migratori e di tante storie di riscatto. Dietro ogni viaggio e dietro ogni sofferenza, infatti, c’è spesso il desiderio di costruire un futuro migliore per chi verrà dopo.
Gli studenti hanno mostrato grande sensibilità ed empatia verso le persone vittime di sfruttamento, dimostrando una capacità di lettura critica della realtà che rappresenta un segnale importante di speranza.
Tra i momenti più significativi del percorso c’è stata anche la testimonianza spontanea di un’insegnante, che ha raccontato il rapporto mantenuto con un suo ex alunno durante il suo percorso di transizione di genere. Un racconto autentico, che ha mostrato come l’accoglienza possa tradursi in una presenza concreta, capace di accompagnare una persona nel tempo senza giudizio e senza condizioni.
Esperienze come questa ricordano che educare non significa soltanto trasmettere informazioni, ma creare occasioni di incontro. Entrare nelle scuole significa proprio questo: costruire relazioni, promuovere una cultura dell’accoglienza e aiutare i più giovani a riconoscere, dietro le grandi questioni del nostro tempo, i volti e le storie delle persone.