Pillole di ecologia integrale: il costo nascosto del cibo

Che cosa rende un alimento più o meno sostenibile? Il secondo contributo della rubrica mensile “Pillole di ecologia integrale” propone una riflessione sull’impatto ambientale delle nostre scelte di consumo e sulle ingiustizie sociali correlate allo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse del Pianeta.

Immagina una cena in famiglia: il profumo di un piatto di pasta al pomodoro e il calore delle risate condivise attorno al tavolo. Questo piatto semplice, simbolo della cucina italiana, nasconde una rete complessa di lavoro e processi spesso invisibili. Dai braccianti che raccolgono i pomodori, ai produttori di grano, fino ai lavoratori che confezionano la pasta, ogni fase coinvolge persone che contribuiscono a portare quel piatto sulla tua tavola. Il cibo non è solo nutrimento: è il risultato di un sistema complesso che collega il benessere e la cultura delle persone con l’economia e l’ambiente.

Ogni volta che andiamo a fare la spesa dobbiamo essere consapevoli dell’impatto che le nostre scelte avranno sulle persone e sulla casa comune. Tra gli scaffali ben forniti dei supermercati, dietro a quei prodotti che acquistiamo senza pensarci troppo su, si cela un costo inaccettabile: la sofferenza di chi li produce. Quella passata di pomodoro in offerta a meno di un euro è il risultato di un sistema di sfruttamento che affonda le radici nei campi e nelle serre dove i braccianti – spesso stranieri – lavorano senza diritti. Secondo il rapporto Oxfam “Maturi per il cambiamento” (2018), in Italia il 75% delle lavoratrici agricole intervistate dichiara di essere sottopagata e costretta a saltare pasti. Lo sfruttamento raggiunge forme gravissime: turni massacranti, esposizione a pesticidi tossici, temperature estreme, abusi e violenze, e paghe ben al di sotto del salario legale. Siamo di fronte ad un sistema che ci garantisce cibo economico, ma al prezzo della dignità umana.

D’altra parte, anche il nostro pianeta paga a caro prezzo la produzione alimentare. Come messo in luce dal rapporto “Environmental Impacts of Food Production” (2022), le emissioni di gas serra derivanti dalla filiera agroalimentare globale costituiscono un terzo di tutte le emissioni di origine antropica. Circa la metà (44%) della terra abitabile nel mondo – escluse le aree coperte da ghiacciai e deserti – è utilizzata per l’agricoltura, mentre il 70% delle risorse di acqua dolce disponibili è impiegato a scopi agricoli.

Non tutti gli alimenti hanno lo stesso impatto ambientale. In particolare, la produzione di carne e latticini emerge come la principale causa di effetti ambientali deleteri. Secondo uno studio pubblicato su Science, tali prodotti occupano l’83% dei terreni agricoli disponibili e sono responsabili del 60% delle emissioni di gas serra – l’impronta di carbonio dell’alimento – dell’intero settore agricolo. Tra i più inquinanti c’è la carne di manzo che può generare fino a 105 grammi di CO2 ogni 100 grammi di carne e richiedere ben 370 metri quadrati di suolo. Gli allevamenti intensivi sono i principali colpevoli: solo il 15% dei produttori di carne emette 1,3 miliardi di tonnellate di CO2 e sfrutta 950 milioni di ettari di terra. Al contrario, alcuni alimenti sono veri campioni di sostenibilità. Piselli, pomodori, tofu, fagioli e broccoli si distinguono per la loro bassa impronta ambientale.

Infatti, in Italia, come dimostrato dalla rete di giornalismo “European Data Journalism network”, il 57,23% delle emissioni derivate dalla produzione alimentare proviene da carne e uova e il 27,78% da latticini. Frutta e verdura, invece, sono responsabili di appena il 3% delle emissioni derivate dal settore. Questi dati rendono evidente come questi alimenti non solo fanno bene alla nostra salute, ma anche al pianeta.

Tuttavia, spesso, spinti dal desiderio di consumare frutta e verdura non di stagione o proveniente da altri Paesi, ignoriamo l’impatto che queste hanno sull’ambiente e sulle persone. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature Food, l’impatto del trasporto di alimenti è responsabile ogni anno di circa 3 miliardi di emissioni di CO2. Sebbene prodotti come avocado, banane e ananas siano oramai parte della nostra quotidianità, è importante ricordare che il loro acquisto rappresenta una scelta tutt’altro che sostenibile, dal punto di vista sia ambientale che sociale. Queste colture esotiche nascondono spesso storie di sfruttamento, non solo della terra, ma anche delle persone che ci lavorano, determinando un costo umano ed ecologico che non possiamo ignorare. Inoltre, si tratta di alimenti che, prima di essere consumati, compiono viaggi estremamente lunghi e inquinanti.

Anche se scegliessimo di ridurre l’acquisto di prodotti di origine animale a favore di frutta e verdura locale e di stagione, non possiamo ignorare l’impatto degli imballaggi alimentari, che rappresentano circa il 42% della produzione complessiva di packaging. Un dato allarmante e in continua crescita, aggravato dall’esplosione delle confezioni monoporzione e dell’aumento di cibi pronti, alimentato dal ritmo frenetico della vita moderna. Tra i materiali più utilizzati per gli imballaggi spiccano la carta, il cartone (41%) e la plastica (19,5%), seguiti dal vetro (19%), dal legno (15%) e dal metallo (5%).

Ma il cibo non è solo questo: come dimostrato all’inizio di questo articolo con l’esempio del piatto di pasta, il cibo è cultura, è un ponte che ci unisce agli altri, è un tuffo nei ricordi di infanzia e tanto altro.
Chi è arrivato a leggere fino a questo punto potrebbe pensare di essere di fronte a un’impresa impossibile e abbandonare quindi qualunque tentativo di migliorare il proprio impatto ambientale; questo è sicuramente vero se pensiamo che il nostro obiettivo immediato sia la spesa perfetta: quella che tutela l’ambiente, rispetta chi lavora nella filiera agroalimentare e, contemporaneamente, rispetta i nostri desideri.

Ma possiamo almeno metterci in cammino in questa direzione; e allora, la domanda sorge spontanea: Io cosa posso fare?

Posso cominciare a mettere in atto una o più di queste azioni; ridurre i rifiuti di plastica (ad esempio: acquistando prodotti sfusi e riutilizzando i sacchetti della spesa), scegliere prodotti locali e stagionali di aziende sensibili alla questione ambientale, limitare i prodotti di origine animale, acquistare prodotti biologici, ridurre gli sprechi alimentari (ad esempio, pianificando i pasti prima di andare a fare la spesa e riutilizzando gli avanzi per nuove ricette), scegliere prodotti equo-solidali, riutilizzare e riciclare (ad esempio, riusando gli imballaggi quando possibile) e fare una spesa ponderata (non acquistare più del necessario). Consigli semplici e immediati, che tuttavia sembrano così difficili.

Siamo di fronte a un paradosso inquietante: mentre circa un terzo del cibo prodotto a livello globale viene sprecato, con gravi conseguenze per il pianeta, circa 2 miliardi di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

Come evidenziato dal messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 2023, la condizione di fame e di denutrizione che ferisce gravemente tanti esseri umani è il risultato di un iniquo cumulo di ingiustizie e di disuguaglianze che lascia molti buttati sul ciglio della strada della vita e permette a pochi di godere di uno stato di ostentazione e di opulenza.
I dati proposti dal recente report di The European Ambrosetti sono chiari: i decessi causati dall’obesità sono circa 30 milioni ogni anno, mentre quelli dati dalla denutrizione sono 35 milioni. Si tratta di temi strettamente legati tra loro, dal momento che, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, diverse ricerche evidenziano come la denutrizione infantile possa essere uno dei fattori predittivi dell’obesità da adulti.

Secondo i dati del 2022 forniti dall’OIPA, nel nostro Paese sono circa 3,4 milioni le persone che affrontano difficoltà nell’accesso al cibo, con un aumento della domanda di aiuti alimentari tra le fasce più vulnerabili. Nel 2023, a Roma, il 15% degli intervistati ha dichiarato di essere preoccupato per la mancanza di cibo a causa dell’insufficienza di risorse economiche e materiali.

Cos’è la povertà alimentare?

La povertà, o insicurezza, alimentare, si riferisce all’incapacità degli individui di accedere ad alimenti sicuri, nutrienti e in quantità sufficiente per garantire una vita sana e attiva rispetto al proprio contesto sociale. Questa definizione è basata su quella di sicurezza alimentare proposta dalla FAO durante il World Food Summit del 1996. La sicurezza alimentare è garantita nella misura in cui tutte le persone, in qualsiasi momento, hanno accesso fisico, economico e sociale ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti così da soddisfare le proprie necessità e preferenze alimentari, oltre che una vita sana e attiva (FAO, 1996).

Si tratta di un fenomeno che colpisce persone che già vivono in condizioni di difficoltà: i disoccupati (28,3%), le persone con disabilità (22,3%), chi ha un basso livello di istruzione (17,4%), i giovani tra i 19 e i 35 anni (12,3%) e gli adulti tra i 50 e i 64 anni di età (12,7%), gli stranieri (23,1%), chi vive in una casa in affitto (22,6%) e le persone che vivono nelle aree metropolitane (13,3%). Queste fasce della popolazione raramente potranno accedere a cibi sani e nutrienti con minore impatto ambientale.

Le scelte che fanno bene all’ambiente sono dunque le stesse che fanno bene alla salute nostra e a tutti coloro che, come noi, popolano la nostra casa comune: abbiamo tutti il dovere di aumentare la nostra consapevolezza rispetto a ciò che mangiamo e agire di conseguenza.

Immagine di Freepik

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