Il vescovo Ambarus: Contro la tratta «servono cristiani sovversivi»

Un invito scomodo, che interpella le coscienze: essere «cristiani sovversivi», capaci di andare controcorrente per difendere la dignità di chi è sfruttato e oppresso. È il messaggio lanciato nella parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata, al Tuscolano, durante la veglia per la XI Giornata mondiale di riflessione e preghiera contro la tratta di esseri umani. Accogliendo l’appello di Papa Francesco, la comunità si è ritrovata in un momento di preghiera partecipato e intenso, animato anche da molti giovani e scout.

L’evento è stato promosso da Casa Magnificat – Suore Orsoline insieme al Coordinamento diocesano antitratta, al Gruppo Sorelle e Fratelli Tutti, alla Parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata e al Gruppo scout Agesci Roma 116, realtà impegnate nella sensibilizzazione e nel sostegno alle vittime della tratta.

A scuotere i presenti sono state le parole del vescovo ausiliare della Diocesi di Roma Benoni Ambarus, delegato per l’Ambito della diaconia della carità: «I cristiani, se sono tali, sono sovversivi». Rifacendosi al Vangelo di Luca, ha sottolineato: «Il Vangelo è sovversivo perché mette in discussione lo stato delle cose, le ingiustizie di un mondo basato sull’amore per il potere. Gesù guarda ai disgraziati e agli schiacciati; il Vangelo è per i poveri, gli spezzati e i prigionieri. Ognuno di noi è chiamato a farsi carico del fratello».

Parole che hanno trovato eco nell’intervento del parroco, don Paolo Verderame: «La più grande ingiustizia verso la fede è il tepore: o decidiamo di farci scaldare da Dio o non porteremo frutto». E ha lanciato un invito alla comunità: «Spero che stasera ci portiamo via la certezza che o cambiamo il nostro modo di vivere la fede e il Vangelo, o siamo definitivamente nella schiera degli indifferenti».

La Giornata, celebrata l’8 febbraio in tutto il mondo, coincide con la memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, la religiosa sudanese che visse l’esperienza della schiavitù prima di trovare la libertà e diventare un simbolo di riscatto. Papa Francesco continua a denunciare con forza la tratta di esseri umani, una piaga che coinvolge uomini, donne e minori, spesso per lo sfruttamento sessuale o, nei casi più drammatici, per il traffico di organi.

Ma il messaggio della veglia non si è fermato alle parole. Ha trovato il suo volto più autentico nella testimonianza di una giovane di origini Rom, fuggita dal campo in cui viveva quando ha scoperto che la sua famiglia voleva costringerla a un matrimonio combinato. Oggi, grazie all’accoglienza di Casa Magnificat, un appartamento della parrocchia gestito da suor Rita Giaretta, ha potuto ricostruire la propria vita. «Voglio studiare ancora, perfezionarmi come estetista, migliorare il mio italiano, sogno una famiglia mia piena di amore», ha raccontato con la voce tremante per l’emozione.

Non è rimasta un’esperienza isolata. L’abbraccio della comunità alla fine della celebrazione ha testimoniato un impegno che non si esaurisce in una serata, ma continua ogni giorno, in scelte concrete. Perché la lotta alla tratta non è solo una battaglia di giustizia, ma un dovere di umanità.

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