Nel centro per minori stranieri non accompagnati della Caritas di Roma, l’accoglienza si costruisce giorno dopo giorno con piccoli gesti, ascolto paziente e relazioni che curano. Camilla, volontaria del Servizio Civile, racconta un’esperienza che ha trasformato il suo sguardo sul mondo e sul senso dell’incontro con l’altro.
Durante il mio percorso di Servizio Civile in Caritas, ho avuto l’opportunità di prestare servizio in un centro di seconda accoglienza per minori stranieri non accompagnati (MSNA) a Roma. Questo centro, gestito direttamente da Caritas Roma, si pone come un luogo di supporto e crescita per giovani migranti arrivati in Italia senza una rete familiare di riferimento. Attualmente, ospita dieci ragazzi di età compresa tra i 15 e i 17 anni, provenienti da diverse nazionalità e accomunati dall’esperienza del viaggio migratorio e dal desiderio di costruirsi un futuro.
Rispetto ai centri di prima accoglienza, che si occupano principalmente di fornire ai minori i bisogni essenziali come vitto, alloggio e cure mediche immediate, la seconda accoglienza ha un obiettivo più strutturato e di lungo termine: accompagnare i ragazzi in un percorso di inclusione sociale e autonomia. Per questo motivo, agli ospiti di Casa Giona, questo il nome del centro, vengono garantiti l’iscrizione a scuola, l’accesso alle cure mediche, la partecipazione ad attività sportive e la possibilità di seguire percorsi di supporto psicologico ad hoc. Infatti, dietro ognuno di questi ragazzi c’è una storia spesso segnata da eventi traumatici: viaggi interminabili e pericolosi, esperienze di violenza vissute o a cui hanno assistito, la paura costante e la solitudine di chi lascia tutto alle spalle senza sapere cosa lo aspetta. L’arrivo in Italia rappresenta sì una speranza, ma soprattutto una grande sfida: trovarsi in un Paese straniero, senza punti di riferimento, senza la propria famiglia, senza conoscere la lingua. In situazioni di tale fragilità, la comunicazione non è sempre immediata, e il silenzio diventa spesso l’unico linguaggio comune. Imparare ad ascoltare quel silenzio, a decifrarne i significati nascosti, è parte integrante del lavoro svolto a Casa Giona.
Gli educatori e i volontari del centro si mettono in gioco ogni giorno per instaurare con i ragazzi una relazione di fiducia, cercando strategie comunicative efficaci e proponendo attività stimolanti che possano arricchire il loro percorso di crescita. Oltre alle attività quotidiane, molti dei ragazzi hanno la possibilità di partecipare a tirocini professionalizzanti e progetti formativi che permettono loro di acquisire competenze utili per entrare nel mondo del lavoro. In questo modo, il loro soggiorno a Casa Giona non è solo una fase di transizione, ma un vero e proprio trampolino verso una vita quanto più autonoma possibile.
L’impegno della Caritas, però, non si ferma ai minori non accompagnati: l’associazione svolge un ruolo importante anche nel contesto più ampio del quartiere Tiburtino III, dove si trova il centro. Attraverso il centro di aggregazione giovanile (CAG), vengono organizzate numerose iniziative rivolte ai giovani del quartiere, come attività di doposcuola, tornei sportivi e cineforum. In una zona complessa, dove le opportunità per i più giovani sono spesso limitate, offrire un luogo sicuro di incontro e crescita rappresenta un valore aggiunto fondamentale per tutta la comunità. Durante il periodo di servizio, ho avuto modo di toccare con mano quanto sia capillare la presenza di Caritas sul territorio della Capitale: oltre ai centri di accoglienza per minori, esistono molte altre realtà che operano in diversi ambiti dell’assistenza sociale: mense per i poveri, centri di ascolto, servizi per le persone senza fissa dimora, un centro odontoiatrico che offre cure gratuite ai soggetti più economicamente svantaggiati e iniziative per il reinserimento lavorativo. Ogni giorno, centinaia di operatori e volontari lavorano per supportare le fasce più vulnerabili della popolazione, offrendo non solo mera assistenza, quanto piuttosto presenza, ascolto e accompagnamento, in linea con la missione che da sempre Caritas porta avanti, dimostrando quanto sia fondamentale un approccio umano e integrato all’accoglienza e al sostegno sociale in generale.
Questa esperienza non è stata solo un’opportunità formativa e professionalizzante, ma mi ha arricchito profondamente soprattutto a livello umano. Troppo spesso l’accoglienza viene trattata come una questione di numeri, statistiche e normative, dimenticando che dietro ogni dato ci sono persone reali, con le loro storie, le loro paure e le loro speranze. A Casa Giona ho avuto modo di vedere il volto umano dell’accoglienza, quello che si cela dietro la burocrazia: il peso dei piccoli gesti, come un sorriso inaspettato che rompe il muro del silenzio, un abbraccio all’improvviso che crea una connessione più profonda delle parole.
Le organizzazioni del terzo settore, come Caritas, svolgono un ruolo essenziale nel rendere l’accoglienza più umana e vicina alle reali esigenze delle persone. Senza il loro contributo, il sistema rischierebbe di ridursi a un freddo meccanismo amministrativo, privo di quella componente empatica che è invece imprescindibile avere verso chi si trova a ricostruire la propria vita lontano da casa, e in generale verso tutti coloro che si trovano ad affrontare una situazione di fragilità. Ho imparato che accogliere è diverso da offrire un riparo, ma significa essere presenti, ascoltare, comprendere e dare a chi arriva la possibilità di sentirsi parte del tessuto vivo di una comunità, di immaginare e immaginarsi. Durante questo cammino ho compreso il senso più profondo di quanto detto dall’attivista e educatore Danilo Dolci: “Ciascuno cresce solo se sognato”. Nessun percorso di crescita è possibile senza che qualcuno creda in noi, ci accompagni, ci dia fiducia. E questo è esattamente il cuore dell’accoglienza e dell’impegno di Caritas.
Camila Motta, una operatrice volontaria del Servizio Civile in Caritas Italiana