Il colloqui penitenziale
Il Colloquio Penitenziale [1]
di Carlo Maria Martini
Ci sono, talora, sacerdoti, religiosi, religiose, laici che, avendo vissuto l’esperienza del cambio di regime penitenziale, hanno trovato assai difficile continuare la pratica della confessione regolare; la trovano faticosa, un po’ formale, poco utile, poco stimolante. Vorrei parlare soprattutto per questi: avendo anch’io sperimentato un po’ questo tipo di travaglio, ho cercato di vedere come se ne può uscire. Mi ha aiutato una considerazione semplice e che sembra paradossale. Mi sono detto: se mi é così faticoso fare la confessione breve, perché non provare a farla più lunga. Un po’ un rovesciamento delle situazioni. Ed è nata l’esperienza (che ho poi confrontato con altre esperienze di gruppi, persone, situazioni, anche in diverse parti del mondo) del colloquio penitenziale che vuole salvare i valori della confessione tradizionale, ma inserendoli in un quadro un po’ più personale.
Cosa intendo per colloquio penitenziale? Intendo un dialogo fatto con una persona che mi rappresenta la Chiesa, concretamente un sacerdote, nel quale cerco di vivere il momento della riconciliazione in una maniera che sia più ampia di quello che è la confessione breve, che elenca semplicemente le mancanze.
Cerco di descrivervi come questo avviene – il nuovo Rito della Penitenza[2] ammette questo allargamento. Se si può, come suggerisce il Rito della Penitenza, è meglio cominciare il colloquio con la lettura di una pagina biblica, ad esempio un Salmo, che uno ha cercato perché corrispondente al suo stato d’animo; si recita poi una preghiera, magari spontanea, che mette subito in un atmosfera di verità. Segue un triplice momento che sinteticamente chiamo: confessione di lode, confessione di vita e confessione di fede.
La confessione di lode: ripete proprio l’esperienza di Pietro in Lc 5[3]. Pietro, per prima cosa, sperimenta che il Signore è grande, che ha fatto per lui una cosa immensa e lo ha riempito di doni inaspettati. Confessione di lode è cominciare questo colloquio penitenziale rispondendo alla domanda: dall’ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio? Quelle cose nelle quali sento che Dio mi è stato particolarmente vicino, in cui ho sentito il suo aiuto, la sua presenza? Fare emergere queste cose, cominciare con questa espressione di ringraziamento, di lode, che mette la nostra vita nel giusto quadro.
Segue poi quella che è la confessione di vita. Evidentemente trovo molto giusto quello che si insegnava nella pratica della confessione, di confessarsi cioè secondo i dieci comandamenti o secondo un altro schema, ma per questa confessione di vita io suggerirei – per coloro che hanno una possibilità maggiore di tempo – questa domanda: a partire dall’ultima confessione che cosa è che, soprattutto davanti a Dio, non vorrei che fosse stato? Che cosa mi pesa? Quindi più che preoccuparsi di far emergere una lista di peccati – che ci potrà anche essere quando ci sono cose molto gravi e precise perché, allora, emergono da sé – si tratta di vedere le situazioni che abbiamo vissuto e che ci pesano, che non vorremmo che fossero e che proprio per questo mettiamo davanti a Dio per esserne sgravati, per esserne purificati.
Qui la “áfesis amartión”[4] ha il suo senso proprio: toglierci un peso e un peso potrebbe essere, per esempio, che abbiamo vissuto una certa antipatia senza riuscire a liberarcene e non sappiamo vedere esattamente se ci sia stata colpa o no, ma ha pesato sul nostro animo; oppure abbiamo vissuto una certa fatica nel compiere il bene, una certa pesantezza nell’amare, nel servire che magari è stata poi causa di altri difetti, perché è una radice di fondo.
Così mettiamo in luce veramente noi stessi, come ci sentiamo. Che cosa avrei voluto che non fosse avvenuto? Che cosa mi pesa particolarmente ora davanti a Dio? Che cosa vorrei che Dio togliesse da me? In questo modo è più facile far emergere davvero la persona con le sue situazioni sempre mutevoli, con la sua realtà di peccato spesso non documentabile e che gli altri riconoscono e vedono più di noi, magari criticano, e noi non riusciamo a individuare se non in questo modo.
Chiediamo di essere liberati perché la potenza di Dio è per liberare noi, non per liberarci da un punto di vista contabile o moralistico; è per darci spazio, per darci animo, per farci riprendere una nuova spontaneità.
Infine la confessione di fede che è la preparazione immediata a ricevere il suo perdono. E’ la proclamazione davanti a Dio: Signore, io conosco la mia debolezza, ma so che Tu sei più forte. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità a salvarmi così come sono adesso. Affido la mia peccaminosità a Te , rischiando tutto, la metto nelle tue mani e non ne ho più paura.
E’ necessario, cioè, cercare di vivere l’esperienza di salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui Dio entra nella nostra vita e ci dà la Buona Notizia: « va’ in pace », mi sono preso io carico dei tuoi peccati, della tua peccaminosità, del tuo peso, della tua fatica, della tua poca fede, delle tue interiori sofferenze, dei tuoi crucci. Li ho presi tutti su di me, me li sono caricati perché tu ne sia libero.
Ecco uno dei tanti modi,: a me sembra che questo tipo di colloquio sia più capace di darci un vero aiuto e l’impressione che ne ricaviamo è di volere ripeterlo volentieri perché ne usciamo un po’ diversi e ci fa del bene.
La confessione non è soltanto un dovere: è un’occasione lieta che si cerca. Anche nelle confessioni ordinarie alle quali è presente tanta gente, a volte vedo che è bello fare questa domanda alle persone che si confessano rapidamente: ma lei ha qualche cosa nella sua vita di cui vorrebbe ringraziare Dio? E’ una domanda che già mette il colloquio su un piano diverso, non soltanto formale, è già un entrare nella vita di quella persona.
Vediamo dunque di aiutarci insieme a vivere questo momento penitenziale a cui Gesù tenta di condurre Pietro sin dall’inizio della sua chiamata; chiediamo al Signore che aiuti noi come Pietro a comprendere che cosa desidera che facciamo, tutto quello che ci promette e tutto quello che ci dona.
[1] Tratto da “L’evangelizzatore secondo S. Luca”, pp.76-80.
[2] E’ il libro per la celebrazione del sacramento della Penitenza del 1974.
[3] Racconto di Pietro e dei suoi amici che hanno pescato tutta la notte senza frutto. Dopo avere acconsentito a mettere la sua barca a disposizione di Gesù, perché potesse parlare più facilmente alla folla, Pietro acconsente a tornare a pescare e sulla parola di Gesù raccoglie una quantità incredibile di pesci. A questo punto Pietro si confessa peccatore, e riceve l’invito a seguire Gesù e a lavorare con lui come pescatore di uomini.
[4] Espressione greca del Nuovo Testamento che significa “sollevamento dai peccati”.