Una testimonianza dell’equipe impegnata nei progetti di inserimenti dei rifugiati ucraini

Di fronte alla richiesta improvvisa, da un giorno all’altro, della Protezione Civile di accompagnare 36 persone in contemporanea presso la loro destinazione di accoglienza, la reazione è quella di uno stupore misto a preoccupazione. Preoccupazione che capisci non essere dovuta al chiedersi se riusciremo o non riusciremo a rispettare il compito, quanto piuttosto preoccupazione di non essere fedeli a noi stessi.

Per quanto complesso, in un modo o nell’altro 36 persone in 11 strutture diverse si possono accompagnare; la cosa difficile è mantenersi rispettosi della propria identità e della propria dignità, cercare di fare in modo che questo accompagno non sia un riempire le caselle ma sia, per quanto faticosamente, accompagnare delle persone che scappano dalla guerra ad essere accolte in una realtà nuova da persone che sono ansiose di dedicarsi a loro e non sanno bene questo cosa significhi. E tutto questo si materializza alle 9 di mattina in un hotel Massimo D’Azeglio carico di confusione ed eccitazione.

È lì che le tante diverse aspettative e si mischiano e incontrano: quelle di chi attende il luogo in cui vivrà nei prossimi mesi, quelle di chi si è reso disponibile per accompagnarli con il proprio pullmino, quelle di donne, ucraine anche loro, che si rendono disponibili ad offrire a noi la loro lingua ed ai loro concittadini la possibilità di incontrarci e di essere un po’ meno soli in questa terra nuova; e poi più tardi quella delle suore responsabili dell’accoglienza, disponibili all’accoglienza, che sono lì smaniose ed attente ad offrire il meglio; e, magari, preoccupate che tutto questo avvenga proprio in una settimana così straordinaria come la Settimana Santa, in cui erano pronte a dedicarsi ad altro. Ma cosa c’è in fondo di più Santo che dedicarsi a raccogliere un profugo?

La giornata precedente è stata campale nel tentativo di far quadrare tutto: i luoghi da raggiungere ed i relativi percorsi, chi di noi si sarebbe occupato di andare dove; la ricerca dei pulmini e la grande disponibilità di chi si offre a prestarli oppure ad accompagnare le persone; i cambiamenti continui; le richieste pressanti. E l’evolversi di minuto in minuto della situazione.

All’arrivo all’albergo il clima è di grande eccitazione e corsa: il radunare le persone, il verificare che siano quelle giuste, il cercare di incontrarle, il cercare di scambiare qualche parola.

In tutto questo il sentirsi squadra. Incrociare gli sguardi di chi è da 25 anni che lavora insieme a te e con lui condividi praticamente tutto, o di chi è da poche settimane che condivide con te questa esperienza e senti che sta camminando al tuo fianco, ognuno donando il massimo di sé. Non tutto va come deve andare, le variazioni al previsto sono tante. Famiglie che non si trovano, non si sa dove sono andate; altre due persone che vanno a fare il tampone e dopodiché non ne sappiamo più nulla, bambini che non sai bene se sono sovraeccitati o sono portatori di qualche disagio più profondo… e donne, uomini, alcuni preoccupati perché li stanno separando dalla sorella magari… E tu, noi, a cercare di prendere nota di tutto cercando di rassicurare e di assicurare che nei prossimi giorni ci prenderemo cura anche di questo. Cercando di ricordarsi sempre che non stai consegnando un pacco ma stai consegnando una persona, nonostante la fretta di portare a termine tutto. Sentire che di fronte alla tragedia è un piccolo contributo quello che stai dando, ma è fondamentale darlo. Insieme.