«Il povero visto da lontano fa paura»

L’incontro dell’Avvento di Fraternità nel Settore Est della Diocesi con il vescovo Giuseppe Marciante

«Il povero visto da lontano fa paura, è uno straniero; ma se cominci a pensare che se non ci fossero state nella tua vita tante occasioni favorevoli, potresti essere tu nelle stesse condizioni, allora cadono tutte le barriere». Inizia così la testimonianza del vescovo Giuseppe Marciante che giovedì 20 novembre ha incontrato gli operatori della carità del Settore Est nell’ambito dell’Avvento di Fraternità promosso dalla Caritas diocesana.

marciante“In cammino per incontrare Cristo nel povero” è il tema su cui si sono confrontati un centinaio di volontari riuniti nella parrocchia Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste, il primo appuntamento che si ripeterà in tutti i settori pastorali. Monsignor Marciante è tornato sui fatti di violenza accaduti la scorsa settimana a poca distanza da dove si svolgeva l’incontro. «Sono andato a Tor Sapienza senza telecamere – ha detto il presule – ho incontrato i ragazzi del centro d’accoglienza, ho incontrato Cristo attraverso la loro fragilità e la loro paura. Se solo si conoscesse la storia di ognuno non ci sarebbero problemi di accoglienza, è terribile quanto accaduto».

«Il sentimento più forte che ho provato – ha continuato monsignor Marciante – è stato quello della tenerezza, della misericordia, ma poi è subentrata la rabbia, tanta rabbia, perché molti hanno strumentalizzato due povertà: la povertà dei ragazzi e la povertà del quartiere.». Il richiamo del presule è stato al Vangelo «ero forestiero e mi avete ospitato: se riusciremo a vivere questo stile nelle nostre comunità, ci sarà un contagio. Dobbiamo essere comunità che si nutrono della parola di Dio; essere fortemente evangeliche. Dobbiamo essere sentinelle, captare i veri problemi e affrontarli alla luce del vangelo, altrimenti vengono affrontati in altro modo: con la violenza e la strumentalizzazione politica».

marciante 2L’assemblea, suddivisa in nove laboratori, ha approfondito le tracce di riflessione proposte da sussidio della Caritas diocesana: “Cosa mi spinge ad andare incontro al povero?”; “Quali emozioni, sentimenti mi genera quell’incontro?”; “Quali interrogativi pone alla comunità parrocchiale l’incontro con il povero”; “Quale stile di accoglienza può fare dell’incontro con i poveri un annuncio evangelico?”.

Il parroco, don Federico Corrubolo, ha sintetizzato alcune delle conclusioni. «Venti anni fa – ha detto – il parroco di questa parrocchia, che per primo mi ha introdotto al ministero pastorale, diceva che la Carità è anche intelligenza, e che l’elemosina non è l’unico modo per far crescere le opere di Dio. Per uscire dall’assistenzialismo dobbiamo passare dalla logica del “pacco” a quella dell’accompagnamento. Dobbiamo abbattere quella barriera che separa noi “benefattori” da loro “poveri”. E’ un cammino che si deve fare insieme in uno scambio reciproco». Per don Corrubolo «le nostre comunità devono avere un forte progetto per il futuro. Noi cristiani, dobbiamo essere la forza e l’anima della nostra città».

Il direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci, è tornato sul tema dell’immigrazione. «Nel mondo – ha spiegato – si spostano 233 milioni di persone, di cui 51 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollatati. Non sappiamo più riconoscere il volto di Cristo nel povero e in fondo se non riconosciamo questa fratellanza non riconosciamo neanche che siamo figli di uno stesso Padre». Per monsignor Feroci «Dio continuamente viene, come duemila anni fa: a Betlemme non c’era posto, anche oggi non c’è posto, ma Lui comunque viene».