A poco più di una settimana dalla tragica alluvione di Valencia, che ha causato la morte di oltre 200 persone e migliaia di dispersi, il terzo contributo della rubrica mensile “Pillole di ecologia integrale”, sottolinea l’importanza di rafforzare la collaborazione internazionale nella lotta alla crisi climatica e di chiedere interventi decisi in occasione della COP29, la conferenza sul clima dell’ONU che si apre oggi a Baku.
Dopo gli accordi raggiunti con fatica – e valutazioni contrastanti – alla COP28 di Dubai, tra cui l’istituzione di un nuovo fondo per sostenere le comunità colpite dagli impatti climatici, i Paesi più poveri aspettano con apprensione di verificare se e come le promesse fatte saranno rispettate e potenziate.
La 29° riunione della Conferenza delle Parti (COP29) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCC), che si terrà a Baku, in Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre, rappresenta l’ennesima occasione cruciale per rafforzare la collaborazione internazionale nella lotta alla crisi climatica, in un contesto segnato da fenomeni metereologici estremi, come il recente uragano Milton in Florida e l’alluvione che in questi giorni sta devastando Valencia, riportando l’attenzione sull’urgenza di intervenire in questa direzione.
Inutile dire che la location scelta per ospitare questa conferenza non lascia ben sperare. Come dichiarato da Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International: “L’Azerbaijan si appresta a ospitare una conferenza internazionale sulla giustizia climatica proprio mentre sta colpendo i principali pilastri dell’attivismo climatico, reprimendo ogni forma di critica e di protesta e smantellando la società civile locale. Le autorità azere hanno imprigionato centinaia di persone con accuse politiche per aver osato prendere la parola: giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani sono detenuti arbitrariamente, in violazione del diritto al giusto processo e senza alcuna garanzia di ricevere un processo equo”.
La situazione non migliora se si guarda al tema prettamente climatico. Il Climate Action Tracker (CAT), gruppo indipendente di ricerca scientifica che si occupa di valutare i piani climatici, afferma che: “L’economia dell’Azerbaigian dipende dalla produzione di combustibili fossili e il governo prevede di aumentare l’estrazione di gas fossile di oltre il 30% nel prossimo decennio”. Inoltre, definisce l’azione per il clima dell’Azerbaigian “criticamente insufficiente”.
A Baku, i rappresentanti di 198 Paesi si riuniranno con l’obiettivo di portare avanti gli impegni definiti durante la COP28 e di tracciare nuove linee guida per ridurre le emissioni globali: al centro delle discussioni ci saranno le possibili misure da adottare per offrire protezione alle popolazioni più esposte agli effetti del cambiamento climatico.
Come annunciato dal presidente della Conferenza, Mukhtar Babayev, questa si fonda su due pilastri “paralleli”: il primo è quello di “rafforzare l’ambizione“, mirando ad un impegno attivo da parte di tutti i Paesi in tema di mitigazione (per ridurre le emissioni), adattamento (per minimizzare gli impatti del cambiamento climatico) e finanziamento climatico. Mentre il secondo pilastro, “consentire l’azione“, si occuperà di trasformare l’ambizione in azioni concrete, includendo il finanziamento per il clima, lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie e il potenziamento delle capacità.
Tra i temi chiave che verranno affrontati, spicca la definizione di un nuovo obiettivo collettivo quantificato (New Collective Quantified Goal, NCQG) per i finanziamenti sul clima. Per questo, la COP 29 è stata soprannominata la “COP finanziaria”: il suo compito sarà quello di aggiornare il traguardo fissato nel 2009 di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno, una cifra prorogata fino al 2025 ma ormai insufficiente. Infatti, con l’aumentare dei costi per affrontare la crisi climatica, i Paesi in via di sviluppo richiedono un nuovo obiettivo finanziario che risponda più adeguatamente alle loro crescenti necessità.
L’obiettivo originario di finanziare mitigazione e adattamento climatico ha avuto risultati contrastanti. Da un lato, ha aumentato la consapevolezza globale e incentivato molti Paesi a dare priorità al clima nei loro programmi di sviluppo; dall’altro, i ritardi e la discrepanza dei fondi concretamente erogati – con i 100 miliardi effettivamente raggiunti solo nel 2022 – hanno generato frustrazione e aumentato le tensioni tra il Nord e il Sud globale.
L’NCQG della COP29 rappresenta quindi un’occasione per recuperare la fiducia, fissando un obiettivo finanziario più ambizioso e trasparente. Infatti, si ipotizza che un impegno concreto potrebbe motivare i Paesi in via di sviluppo a presentare, entro il 2025, contributi nazionali (NDC) più incisivi con l’obiettivo di contenere il surriscaldamento globale entro i +1,5°C. Come osserva il World Resources Institute (WRI), gli NDC dovrebbero includere obiettivi concreti per il passaggio a sistemi energetici e alimentari privi di emissioni. L’obiettivo 1,5 è oggi gravemente a rischio. Difenderlo è essenziale, come sottolineato nell’“Emission Gap Report 2024”: per riuscirci, le emissioni di gas serra devono essere ridotte del 42% entro il 2030 e del 57% entro il 2035. In caso contrario, si stima un aumento della temperatura media globale tra i +2,6 e i + 3,1 °C, con ripercussioni significative sull’ambiente e sulle persone.
L’espansione delle energie rinnovabili, già al centro del PNRR, sarà un tema prioritario dei negoziati. La promozione di tecnologie come il fotovoltaico e l’eolico, insieme all’idrogeno verde, rappresenta una strada fondamentale per la decarbonizzazione.
Nonostante ciò, questa fase del negoziato risulta tra le più complesse. I preparativi pre-COP hanno rivelato divergenze marcate tra i Paesi, soprattutto in merito all’ammontare delle risorse necessarie – stimate tra i 1.000 e i 2.400 miliardi di dollari annui entro il 2030 – a chi debba contribuire e a quali Paesi debbano beneficiarne. Inoltre, restano aperti i dibattiti su come bilanciare i fondi destinati all’adattamento e quelli alla mitigazione, e sulla natura dei finanziamenti (se erogarli come prestiti o come sovvenzioni).
Le principali divergenze coinvolgono i Paesi del Sud globale e quelli del Nord. I Paesi in via di sviluppo richiedono maggiori risorse, sottolineando la responsabilità dell’Occidente nella crisi climatica, e insistono per un equilibrio maggiore tra i finanziamenti destinati alla mitigazione e quelli per l’adattamento. Al contrario, i Paesi con economie avanzate sono stati finora restii a stabilire un ammontare complessivo per il finanziamento post-2025. Prima di affrontare tale questione, vogliono ampliare la platea dei Paesi contribuenti al NCQG. Infatti, attualmente la lista dei
Paesi “ricchi”, stilata nel 1991, non include le economie emergenti (ad esempio la Cina) che oggi avrebbero le risorse utili per contribuire.
A Baku, uno dei nodi centrali sarà quello di rendere operativo il fondo Loss & Damage, istituito alla COP27 di Sharm el-Sheikh per sostenere i paesi vulnerabili in seguito ad eventi estremi legati alla crisi climatica. Infatti, nonostante sia stata definita la governance, con la gestione affidata alle Filippine, mancano ancora fondi concreti e criteri di accesso semplificati per facilitare il supporto effettivo.
Inoltre, in questa occasione, i negoziati sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi potrebbero fare un passo avanti verso la creazione di un mercato globale del carbonio e scambi internazionali di crediti di carbonio con l’obiettivo di rendere più efficienti i costi della mitigazione climatica. Tuttavia, permangono divergenze su come evitare il doppio conteggio dei crediti, garantire benefici reali e stabilire requisiti di trasparenza.
In conclusione, questa COP potrebbe rappresentare una possibilità da non perdere per rafforzare la cooperazione globale verso un mondo sostenibile: l’elenco di occasioni sprecate fino ad ora purtroppo è lungo e speriamo che questa non sia l’ennesima.