La Veglia di Pentecoste a Villa Glori

“Erano assidui nella preghiera” (At 1,14)
La Casa Famiglia di Villa Glori ha vissuto la Veglia di Pentecoste in semplicità e con intensa profondità spirituale. Come in un piccolo cenacolo, la comunità si è raccolta nella preghiera, con i cuori aperti all’azione dello Spirito Santo.
Alla celebrazione hanno preso parte residenti e volontari, insieme in un unico spirito di comunione. Un momento prezioso, vissuto con partecipazione sincera e silenziosa attesa del dono promesso: lo Spirito che rinnova la terra.
Don Donato Palminteri, nella sua breve omelia, ha meditato sulla prima lettura, tratta da Genesi 11,1-9. Si è soffermato sul desiderio dell’uomo di costruire torri per farsi un nome, illudendosi di bastare a sé stesso. Ma chi vive solo per sé, prima o poi cade. Tuttavia, ha ricordato don Donato, molti di coloro che cadono riescono a rialzarsi, trasformati dalla grazia.
“A Villa Glori – ha detto don Palminteri -, luogo di accoglienza e fraternità, ho visto tanti risorgere. Penso a Speciose, giovane cieca, che un giorno, alla mia domanda ‘Come stai?’, rispose con dolcezza: ‘Mi sento nelle cose di Dio’. Penso a Francesca, che durante una Messa, ascoltando il Vangelo della Passione ‘Oggi sarai con me in Paradiso’ scoppiò in lacrime. Poi mi chiese, quasi sussurrando: ‘Ci sarà perdono… o Paradiso, anche per me?’
Penso a Aster, il cui sorriso e la cui umiltà incantavano tutti. E penso a Giuseppe, un ospite sardo: all’apparenza burbero, ma capace di una profondità essenziale. Donò alla casa un quadro da lui realizzato, una bellissima immagine della Madonna che mostra il Figlio. Quel Figlio ha il suo volto… gli somiglia. Era lui”.
Il celebrante ha poi ricordato come comeVilla Glori, per molti, “è stata ed è un luogo in cui lo Spirito rinnova i cuori. Un luogo dove le ferite si trasformano in feritoie di luce.
Dove il nome che conta non è quello che tentiamo di costruirci, ma quello che il Padre ci dona con amore: figli amati”.
“La vita – ha concluso – ci conduce spesso lungo strade di dispersione, in cerca di un’identità o di un riconoscimento. Ma questo luogo ci ha insegnato che ciò che conta agli occhi di Dio è la lingua dell’amore, vero dono dello Spirito Santo. Una forza disarmata e disarmante, capace di generare pace  a partire da quella più necessaria: la pace del cuore”.
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