L’intervento di Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, alla stazione Termini durante la cerimonia in memoria di Modesta Valenti, la donna senza dimora che 43 anni fa morì proprio davanti alla principale stazione della Capitale dopo ore di sofferenza e abbandono.
Ogni anno, quando ricordiamo Modesta Valenti, alla commozione si unisce la sensazione che non si tratti solo della rievocazione di una storia del passato. Torna invece di attualità una domanda che non trova ancora adeguate risposte in questa come in tante città italiane: quanto siamo capaci di prenderci cura delle persone più fragili che incontriamo sul nostro cammino? Nel giorno in cui si conclude la rilevazione delle persone senza dimora in 14 grandi città del Paese, penso siamo in tanti a sentire una grande responsabilità di fronte a questa domanda e nel tentare di rispondere ad essa senza retorica o facile sentimentalismo.
Modesta è morta a Roma, in un luogo centrale, sotto gli occhi di tanti. È una morte che ferisce ancora, perché non è avvenuta nel silenzio o nell’isolamento, ma dentro la vita della città. Ed è un grande merito degli amici della Comunità di Sant’Egidio che ringrazio vivamente anche per l’invito, tenere viva la memoria di una donna martire di quell’abbandono di cui è stata innocente vittima.
La straordinaria vocazione di Roma, universalmente riconosciuta come capitale universale, di storia, bellezza, arte, cultura e religione, è chiamata a misurarsi continuamente da come sa farsi prossima a chi è più esposto, a chi vive ai margini, a chi rischia di restare invisibile.
Ricordare Modesta, ogni anno, non è un gesto formale, ma un riportarci al cuore del nostro servizio quotidiano, ovunque siamo chiamati a svolgerlo. Nel volto e nel doloroso epilogo della sua vita nel 1983, a 71 anni, possiamo ritrovare il volto e la storia di tanti altri fratelli e sorelle senza nome e senza memoria, che ci ricordano il valore assoluto di ogni essere umano e lo sguardo privilegiato che ad essi riserva Dio padre.
Ogni volta che ascoltiamo o pronunciamo il nome di Modesta Valenti lo associamo alle tante altre persone morte vivendo in strada e abbiamo modo di rinnovare le motivazioni profonde del nostro essere al servizio degli ultimi della Città e del voler contrastare l’idea e la rassegnazione che qualcuno possa morire nell’indifferenza.
Da questa memoria nasce anche un desiderio di camminare insieme e un rinnovato invito alla collaborazione: alle istituzioni, ai servizi, ai cittadini, alle tante realtà solidali presenti in città.
Nessuno può affrontare da solo la complessità della fragilità. Ma insieme possiamo costruire quelle urgenti e concrete risposte che occorre dare per prevenire prima e contrastare poi la miseria di vite costrette ad essere vissute sulla strada, in giacigli improvvisati, in tende, roulotte o baracche.
Penso che come Comunità di Sant’Egidio, come Caritas e quindi come Chiesa di Roma, sentiamo in modo particolare, assieme ad altre realtà di solidarietà religiose e laiche, la responsabilità di tenere alta nella città la tensione per il cambiamento, affinché non accada ancora oggi ad altri, quello che ieri è accaduto a Modesta Valenti.