Dalla corsia del Policlinico Gemelli al Poliambulatorio Caritas: la dott.ssa Silvia Guerriero, specializzanda in Malattie Infettive, racconta la sua esperienza di tirocinio al Poliambulatorio Caritas. Un incontro con l’umanità più fragile, che ha trasformato la sua idea di cura e rafforzato la sua vocazione alla medicina come servizio e vicinanza.
Nel percorso di un medico i pazienti rappresentano la più incredibile delle variabili, più ancora delle strutture e delle apparecchiature a disposizione. Sono sfaccettati e variabili, perché la malattia non distingue e di cose come reddito, cittadinanza, residenza, se ne infischia totalmente. Ma soprattutto, la più grande variabile che il medico deve imparare a valutare riguarda il vedere pazienti o il vedere persone.
La mia carriera medica è recente, iniziata da una manciata d’anni appena. Ho scelto un campo, quello delle Malattie Infettive, che ha occhi ovunque, spinti fino ai margini d’ombra e pure un po’ più in là. Da quattro anni colleziono storie ospedaliere di pazienti pittoreschi, dalle lingue stravaganti, dagli averi raccolti in un sacchetto portato in mano come il più grande e il più vergognoso dei tesori; colleziono anche storie di sofferenze, storie di chi avrebbe meritato di più, di chi si porta dietro un senso di colpa cucito agli abiti; colleziono solitudini in stanze d’isolamento, nomi sbagliati di batteri impronunciabili, foto di ferite incapaci di guarire.
Da quattro anni, però, ho anche la fortuna di lavorare in un grande, avanzato ed efficiente Policlinico, un IRCSS che incoraggia la ricerca e che dispone di metodiche all’avanguardia, una scorta di farmaci invidiabile e numerosi posti letto che per qualche motivo non bastano mai. Sono fortunata, e sono, paradossalmente, fortunati, anche i pazienti che passano di lì – anche se parlare di fortuna, in certi casi, sembra quasi ridicolo – perché si trovano nella possibilità di essere curati ed essere curati anche al meglio possibile.
Quando ho scelto di avventurarmi fuori dai sicuri confini del Policlinico Gemelli pensavo di aver già visto tanto – ma non abbastanza. Avevo la percezione di non conoscere i prima-e-dopo di così tante cose, di non avere realmente contezza della difficoltà quotidiana di quelle vite spezzate con cui spesso mi è capitato di interfacciarmi, di non sapermi muovere nel mondo esterno al mio ospedale da poter concretamente aiutare. Sentivo quanto brulicanti e vicini fossero quei punti di mondo poco illuminati di cui ho sempre solo scorto la superficie, e ho scelto di vedere qualcosa di più. E così sono partita, senza spingermi troppo lontana, solo a dieci fermate di metro di distanza.
Ho iniziato i miei turni nel Poliambulatorio Caritas con il desiderio di imparare e aiutare ed ora che sono alla fine ho l’idea di aver imparato, tantissimo, ma ancor di più di essere stata aiutata, quando nemmeno sapevo di averne bisogno.
Il ritmo del Poliambulatorio sembra quello delle onde del mare – a volte pacato, a volte frenetico, a volte fatto di flutti che si accavallano l’un l’altro nel tentativo di mangiare quel centimetro di sabbia in più, a volte stranamente immobile. Chi arriva al Poliambulatorio è sempre alla ricerca di qualcosa, anche se, sorprendentemente, solo circa la metà delle volte quel qualcosa ha a che fare con la medicina. Qualcuno cerca un posto dove stare, qualcuno un lavoro; qualcuno sta male da mesi ma non poteva permettersi il lusso di fermarsi ed ha imparato a trascinarsi un costante malessere sempre con sé; qualcuno pensa di non avere niente, qualcuno pensa di avere tutto; qualcuno non può comunicare, se non a gesti, le proprie necessità; qualcuno porta regali; qualcuno chiede pannolini.
In questi mesi più volte ho avuto la percezione di star vedendo qualcosa – qualcuno- di invisibile; ed era un privilegio, ma anche una condanna: quando impari a vedere qualcosa che sfugge alla maggior parte degli occhi, non puoi più smettere di vederla. Innanzitutto, ho visto i miei limiti e i miei pregiudizi intrinseci – e li ho disprezzati, e poi perdonati, con la promessa di non dimenticarmene mai. Poi ho visto la sofferenza di chi non riesce a comunicare e quella di chi tramuta la disperazione in rabbia, la paura in sotterfugio, la fame in sete. E infine ho visto la gentilezza, fatta di biglietti scritti con scrittura incerta, di strette di mano, di benedizioni in lingue che non so, di saluti proprio fuori dalla stazione, di aiuti offerti senza chiedere nulla in cambio, di pazienti colloqui, di sacrifici invisibili.
Mi sono riempita gli occhi di quel che ho potuto e che esulava dalla mia specializzazione – ho fatto i conti con l’amarezza di non sapere come far funzionare una terapia, di avere le mani legate da una burocrazia tiranna che non parla la lingua di nessuno. Ho conosciuto persone mosse dal desiderio di aiutare, tese verso quel famoso passo in più che, se fatto da tutti, sarebbe in grado di portarci dall’altro lato del mondo.
Ho avuto la conferma che la gentilezza, il dialogo e l’empatia sono farmaci che non possono mai mancare in prontuario, anche nei momenti di stanchezza e di sopraffazione.
Rifletto spesso su quello che vorrei dal mio futuro come medico e come persona e a volte ho la sensazione che ci sia una discrepanza tra queste due entità, come se dovessi necessariamente compiere una scelta per non rimanere indietro. C’è questa idea generale per cui l’efficienza è quantitativa, una trasposizione in numeri di un bene tangibile, di una transazione efficace, ed è tutto perfetto fin quando non smette di essere umano. Sono un medico giovane e già mi sento stanca, a volte frustrata, a volte disillusa, parte di un sistema che in qualche modo ho la sensazione di dover cambiare senza avere a disposizione nessun tipo di istruzioni o il tempo di capire come.
Negli ultimi mesi mi è sembrato di afferrare di nuovo il tempo – di riprendere le redini di una vita che voglio continuare a vivere ancora a lungo. Ho toccato l’imperfezione, ho visto la frustrante tortuosità di un sistema che non può continuare a funzionare senza guardare a chi si rivolge. Mi sono arrabbiata e ho dato notizie sgradevoli su una sedia zoppa all’interno del caos di un Poliambulatorio affollato di voci, odori e corpi stanchi.
Eppure, mi sono sentita di star curando davvero quell’ombra ai margini di ciò che è illuminato.
Nel percorso di un medico i pazienti rappresentano la più incredibile delle variabili, più ancora delle strutture e delle apparecchiature a disposizione. Sono sfaccettati e variabili, perché la malattia non distingue e di cose come reddito, cittadinanza, residenza, se ne infischia totalmente. Ma soprattutto, la più grande variabile che il medico deve imparare a valutare riguarda il vedere pazienti o il vedere persone.
Ed io, in questi mesi, ho visto persone.