Dalla paura iniziale alla scoperta dell’incontro. Vittoria, giovane della parrocchia di Cittadella (Padova), racconta il campo di servizio vissuto a Roma con il suo gruppo nelle mense della Caritas. Tra tavoli da sparecchiare, caraffe da riempire e storie da ascoltare, un’esperienza che le ha fatto comprendere come servire significhi soprattutto esserci, guardare negli occhi e lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro.
Quest’anno il campo per noi Giovanissimi di terza superiore si è svolto nelle mense della Caritas a Roma. Abbiamo servito la cena a persone senza dimora, molte delle quali portano con sé storie di vita difficili.
All’inizio avevo tanta paura. La prima sera mi tremava la mano mentre offrivo il pane a una signora e continuavo a pensare: “Ce la farò?”. Io e tutto il mio gruppo eravamo molto agitati, soprattutto perché avevamo paura di sbagliare. Allo stesso tempo, però, avevamo una grande voglia di metterci in gioco e di scoprire qualcosa di nuovo.
In mensa ognuno aveva il proprio ruolo: c’era chi serviva, chi riempiva le caraffe, chi puliva i tavoli e chi si fermava anche solo a parlare. Io credo di aver riempito almeno 200 caraffe in una sola sera!
È stato stancante fisicamente, ma la fatica più grande è stata soprattutto mentale. Quando ti trovi in un ambiente nuovo, può capitare di sentirti rivolgere anche parole dure. Ho capito, però, che non erano rivolte davvero contro di me o contro i miei amici: spesso erano il frutto della rabbia e della sofferenza che quelle persone si portano dentro.
Eppure, la cosa più bella è stata proprio passare tra i tavoli e sentirsi chiedere: “Come ti chiami? Come stai?”. Da lì iniziavano piccoli dialoghi e, a volte, ci si fermava semplicemente ad ascoltare.
Un signore mi ha raccontato la sua storia e mi ha commosso tantissimo. L’ultima sera speravo davvero di rivederlo, ma non è passato. È una di quelle persone che, anche se incontrate per poco, ti restano dentro. Me lo porterò sempre nel cuore.
Con Michele, che ci ha accolto e lavora da tantissimi anni in quella mensa, abbiamo vissuto anche un momento di riflessione finale. Ci ha aiutati a fermarci e a dare un nome a quello che avevamo vissuto.
Questo campo mi ha insegnato che servire non significa soltanto “dare da mangiare”. Significa esserci. Avere il coraggio di guardare negli occhi, anche quando all’inizio fa paura. Fermarsi, ascoltare e lasciarsi incontrare.
Ho scoperto anche che, quando pensi di stare dando qualcosa di piccolo, spesso ricevi molto di più.
Grazie a don Alberto, Martina e Lorenzo per avermi proposto questa bellissima esperienza. Grazie anche a Michele e a tutte le persone che ho conosciuto, o semplicemente incontrato, durante questi giorni.
Porto a casa un cuore stanco, ma pieno. E soprattutto la voglia di rifarlo.