«Non possiamo delegare la risposta all’amore»

«Una carità che interroga e rigenera» non è soltanto il tema dell’Assemblea di inizio anno pastorale della Caritas diocesana di Roma, ma anche la prospettiva che ha attraversato l’intera giornata di sabato 10 ottobre. Oltre 400 tra volontari, operatori e animatori delle parrocchie e delle diverse realtà ecclesiali si sono ritrovati per condividere un momento di ascolto, riflessione e confronto sul significato della carità nella vita della Chiesa e sulle sfide che attendono le comunità nel tempo presente.

La giornata si è aperta nella basilica di San Giovanni in Laterano con la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, durante la quale sono stati ordinati undici nuovi diaconi. Dopo il momento conviviale, i partecipanti si sono ritrovati nella Sala Tiberiade del Seminario Romano Maggiore per l’incontro pomeridiano, moderato da don Aldo Buonaiuto, vicedirettore della Caritas diocesana. L’apertura è stata affidata a una video intervista di don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana, la cui testimonianza continua a interrogare il presente. Sono seguiti gli interventi del direttore della Caritas diocesana, Giustino Trincia, del cardinale Reina e della politologa e saggista Chiara Tintori, che ha proposto una lettura delle trasformazioni sociali contemporanee e delle possibilità di una rinnovata profezia sociale. Le conclusioni sono state affidate al vescovo ausiliare Stefano Sparapani, incaricato per l’Ambito della Diaconia della carità e il Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Nell’atrio della Sala Tiberiade, gli stand dei diversi ambiti operativi della Caritas hanno offerto ai partecipanti l’occasione di conoscere più da vicino progetti e servizi promossi nelle comunità della diocesi. A tutti è stata consegnata la pubblicazione annuale «Una carità che interroga e rigenera», che raccoglie le Linee guida per l’anno pastorale 2026/2027 e il Resoconto delle attività 2025.

«Una comunità che sceglie di camminare insieme»

Gratitudine e gioia sono i sentimenti con cui Giustino Trincia ha aperto l’incontro, rivolgendosi ai numerosi partecipanti. «Vedere la Sala Tiberiade che ci ospita così piena, ben al di là delle nostre previsioni, sollecita, anzitutto, un profondo e sincero grazie», ha detto, riconoscendo il valore di una presenza che testimonia la disponibilità a spendersi per gli altri, spesso con fatica e lontano dai riflettori.

L’Assemblea è stata anzitutto «una vera festa della gratitudine per quanti ci hanno preceduto e per ciascuno di voi che oggi continua a spendersi con passione, a volte anche con fatica, ma con quella testimonianza generosa che rende il Vangelo visibile».

Una gratitudine che si lega alla storia stessa della Caritas diocesana, nata il 10 ottobre 1979 e giunta quest’anno al suo quarantasettesimo anniversario. «Celebriamo 47 anni di storia, ricchi di bene, ma soprattutto guardiamo al futuro, consapevoli dei nostri limiti e della lunghissima strada da compiere». Il passato, dunque, non è un rifugio nel quale cercare rassicurazioni, ma una storia da cui ripartire per affrontare le trasformazioni del presente.

Per Trincia, la sfida è quella di «aprirci ad una pastorale della carità che, evitando il rischio della nostalgia, sia al passo di tempi nuovi che richiedono linguaggi nuovi e strade coraggiose per l’evangelizzazione e la comunicazione della fede». Un impegno che si colloca nel solco dell’insegnamento di papa Leone XIV e del richiamo a custodire ogni persona nella sua dignità: «Siamo chiamati a custodire ogni persona umana, la sua dignità che è infinita, senza lasciare che nessuno venga emarginato o dimenticato».

Il direttore ha quindi ricordato don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas di Roma, sottolineando il significato dell’avvio della causa di beatificazione annunciato dal Santo Padre. A ventinove anni dalla sua morte, la sua figura rimane un riferimento per quanti operano nella carità: «Un uomo e un sacerdote che è segno di speranza per tutti noi. Un profeta della carità vissuta come incontro tra concretezza e alta spiritualità. Un testimone della capacità di vivere le Beatitudini riconoscendo la presenza di Dio negli ultimi e nei soli».

Il ricordo del fondatore non si esaurisce, tuttavia, nella memoria di una stagione importante della Chiesa romana. La sua testimonianza richiama una responsabilità attuale: continuare a leggere le povertà, riconoscere le persone che vivono ai margini e rinnovare le forme dell’impegno ecclesiale, perché la carità rimanga una dimensione viva della comunità cristiana.

Trincia ha concluso il suo saluto richiamando il percorso di verifica pastorale proposto dal Papa alla diocesi nell’incontro del 18 settembre. Al centro, due domande tratte dal Vangelo di Giovanni: «Perché piangi? Chi cerchi?». Interrogativi che invitano a riconoscere le ferite delle persone e, insieme, a chiedersi verso chi e verso che cosa orientare il cammino della comunità.

«Non tutto ciò che facciamo aiuta l’incontro con Cristo»

È proprio dalla verifica pastorale che il cardinale Baldo Reina ha sviluppato il suo intervento, riprendendo le indicazioni consegnate da papa Leone XIV alla diocesi. Il vicario ha invitato a interrogare le attività delle comunità ecclesiali, comprese quelle della Caritas, alla luce di una domanda essenziale: «Se tutto ciò che noi facciamo aiuta gli altri a incontrare Cristo».

Il riferimento evangelico è l’incontro tra Maria Maddalena e il Risorto nel giardino della Resurrezione. Da questa immagine nasce una domanda che, secondo il cardinale, deve accompagnare l’intero anno pastorale. «Il Papa, rendendosi conto un po’ dell’impostazione delle nostre parrocchie, delle nostre realtà pastorali, capisce che a volte ci sono troppe cose e la realtà drammatica è che non tutto ciò che facciamo aiuta l’incontro con Cristo».

Da qui l’invito a non confondere l’efficacia pastorale con la quantità delle iniziative: «Ecco perché, a un certo punto, ha detto non di fare di più, semmai di fare di meno, ma soprattutto di capire se quello che noi proponiamo aiuta questo incontro».

Un richiamo che riguarda direttamente il servizio della carità, chiamato a misurarsi ogni giorno con bisogni concreti e situazioni di sofferenza. La risposta non può limitarsi all’erogazione di prestazioni, pur necessarie, ma deve custodire la propria radice evangelica. «Di fronte al bisogno non ci poniamo come dei semplici operatori, come delle persone che devono erogare dei servizi, ma abbiamo la vocazione e la responsabilità di porci come testimoni che sentono il bisogno di annunciare Cristo morto e risorto».

Il cardinale ha richiamato la testimonianza di Madre Teresa per spiegare che l’incontro con Cristo non può mai diventare un’imposizione. La fede è una scelta libera e il servizio della carità non può pretendere di determinarla. Chi opera accanto alle persone più fragili è, piuttosto, chiamato a rendere possibile un incontro attraverso la propria testimonianza, nel rispetto della libertà di ciascuno.

Accanto a questa prima domanda, Reina ne ha posta un’altra, altrettanto impegnativa: la necessità di una verifica pastorale. Il Papa, ha ricordato, ha invitato a chiedersi se le attività proposte funzionino davvero, perché alcune coinvolgono le persone mentre altre, con il tempo, perdono capacità di attrazione e di partecipazione.

«Ha parlato della verifica come un momento di verità, non di giudizio, un momento di verità», ha sottolineato il cardinale. Non si tratta di cercare responsabilità individuali o di giudicare ciò che è stato fatto, ma di comprendere con sincerità che cosa oggi sia ancora efficace, che cosa debba essere migliorato e che cosa, eventualmente, sia necessario modificare.

«Il Papa ci ha chiesto addirittura il coraggio di togliere alcune cose», ha proseguito Reina. «Ci diceva: abbiate il coraggio di fare delle scelte. Alcune cose non aiutano a incontrare Cristo; se alcune cose non funzionano, con molta umiltà diciamo: forse per un periodo hanno funzionato, adesso non funzionano, le mettiamo da parte e ci chiediamo che cosa ci chiede il Signore oggi».

Il cambiamento delle condizioni sociali, culturali e antropologiche rende questa verifica particolarmente urgente. La Caritas diocesana, nata quarantasette anni fa, si trova oggi di fronte a una realtà profondamente diversa da quella delle origini. Continuare a rispondere alle nuove povertà con gli stessi strumenti, senza interrogarsi sulla loro adeguatezza, rischia di indebolire l’efficacia dell’azione.

«È molto più semplice dire: “Noi sappiamo fare queste cose, noi le abbiamo sempre fatte, noi continueremo a farle”», ha osservato il cardinale. La verifica, al contrario, richiede di fermarsi e guardare con lucidità alle attività svolte, riconoscendo anche i limiti delle proprie possibilità. Di fronte alla moltiplicazione delle forme di povertà, infatti, «se abbiamo la pretesa di inseguire le forme di povertà, ci sentiremo sempre frustrati».

La proposta per il nuovo anno è quindi quella di una «sosta intelligente, attenta, animata anche da uno spirito sapiente»: un tempo per chiedersi se le iniziative siano ancora adeguate, se siano troppo complesse, se debbano essere alleggerite o migliorate. Un percorso che non deve fermarsi alle parole o alla predisposizione di strumenti tecnici, ma diventare un atteggiamento condiviso.

«Non è un lavoro da fare, è un atteggiamento interiore da avere», ha precisato Reina, perché anche i migliori strumenti di verifica restano inefficaci se manca la volontà di mettersi in discussione.

Il cardinale ha inoltre insistito sul carattere comunitario delle scelte. «Se alcune cose le dovremo modificare, le dovremo modificare insieme, perché lo Spirito parla». Non una decisione imposta dall’alto, dunque, ma un discernimento nel quale coinvolgere le diverse componenti della Chiesa diocesana, dalle strutture centrali alle Caritas parrocchiali, passando per le realtà di prefettura.

La verifica pastorale è così chiamata a diventare un cammino condiviso, capace di rinnovare le modalità del servizio e di coinvolgere anche le nuove generazioni di volontari e operatori. «La verifica non riguarda il passato, ma riguarda da qui in avanti», ha spiegato Reina. «È prospettica»: serve a comprendere che cosa fare oggi e come preparare il futuro.

«La carità non può essere neutrale»

A offrire uno sguardo sulle trasformazioni della società è stata Chiara Tintori, politologa e saggista, con l’intervento «Carità e profezia sociale». Il suo contributo ha seguito il metodo del vedere, interpretare e agire, richiamando l’importanza di leggere la realtà prima di individuare le risposte, attraverso uno sguardo capace di tenere insieme le scienze sociali e il magistero della Chiesa.

Tintori ha invitato a considerare due livelli inseparabili: quello interno alla Caritas e alla comunità ecclesiale e quello esterno, relativo alla società nella quale essa opera. A questo proposito ha richiamato un passaggio dell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV: «La dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società, è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi siano vissuti anzitutto al suo interno».

Un’affermazione che interpella direttamente le comunità cristiane: non basta denunciare le ingiustizie o richiamare la società ai valori evangelici, se gli stessi principi non vengono vissuti nelle relazioni e nelle strutture ecclesiali.

Per descrivere il presente, Tintori ha individuato alcune parole chiave. La prima è «individualismo», inteso come ripiegamento su sé stessi e difficoltà a riconoscere il valore delle relazioni. «Persona e individuo non sono sinonimi. Quando dico persona dico un essere relazionale». Nella società contemporanea, ha osservato, le strutture della partecipazione collettiva sono in difficoltà e la responsabilità della realizzazione personale viene sempre più caricata sulle spalle del singolo, in un contesto nel quale il merito e la performance sembrano diventare criteri dominanti.

L’individualismo produce, secondo la relatrice, anche comunità isolate, che rischiano di vivere separate dal territorio e dalle persone che lo abitano. È un rischio che riguarda pure le realtà ecclesiali, quando la carità viene concentrata in uno spazio specifico, senza riuscire a coinvolgere l’intera comunità.

A questa dinamica si accompagna la solitudine, che può diventare paralizzante quando le persone non trovano relazioni capaci di sostenerle nelle situazioni di maggiore difficoltà.

Una seconda parola è la «normalizzazione della violenza». «Noi ci stiamo abituando a un contesto in cui la distruzione appare normale», ha affermato Tintori, richiamando la tendenza a considerare legittime risposte aggressive e sproporzionate. «Vendetta e giustizia non sono sinonimi, proprio per niente».

La relatrice ha quindi indicato la fiducia come una risorsa da custodire e valorizzare. In una società attraversata dalla sfiducia, la Caritas rappresenta un’esperienza riconosciuta per la prossimità, la capillarità della presenza e la trasparenza dell’operato. «Voi, Caritas romana, siete un ecosistema degno di fiducia perché siete capillari, perché siete sempre dalla parte degli ultimi con competenza e imparzialità e per la trasparenza del vostro operato».

Un patrimonio che non può essere dato per scontato, ma che va alimentato attraverso relazioni autentiche, soprattutto con le giovani generazioni.

Tra le altre trasformazioni, Tintori ha richiamato il fenomeno dei «nuovi schiavi», cioè le diverse forme di sfruttamento che attraversano il mercato del lavoro, dai campi all’edilizia, dalla moda alle piattaforme di consegna, fino alle condizioni di precarietà che coinvolgono anche giovani laureati. Alla crescita delle nuove povertà si accompagna una narrazione pubblica che tende a colpevolizzare chi ne è vittima: il migrante che affronta il mare, la donna che subisce violenza, la persona che vive in condizioni di indigenza.

La relatrice ha inoltre utilizzato il termine «tecnofeudalesimo» per descrivere una forma di dipendenza digitale nella quale pochi grandi soggetti tecnologici concentrano potere e capacità di controllo, mentre le persone rischiano di diventare strumenti di un sistema che le considera sostituibili.

Accanto a queste criticità, tuttavia, esistono anche «oasi di resistenza generativa»: luoghi nei quali la compassione e l’attenzione disinteressata per la persona continuano a fare la differenza. Possono essere una scuola, un reparto ospedaliero, un quartiere o una comunità. «Luoghi dove non si accetta che l’ultima parola spetti alla disumanità».

È proprio da queste esperienze che può ripartire una profezia sociale capace di contrastare l’individualismo e restituire fiducia nella possibilità di costruire una società più umana.

Lo stile di Neemia: ascoltare, discernere, ricostruire insieme

Come interpretare un quadro sociale così complesso e trasformarlo in azione? Per Tintori, una chiave di lettura viene dalla figura biblica di Neemia, richiamata da papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas.

Di fronte alla devastazione di Gerusalemme, Neemia non rimane indifferente, ma coinvolge il popolo nella ricostruzione. Non impone soluzioni dall’alto e non pretende di fare tutto da solo: ascolta, convoca, organizza e affida a ciascuno una parte del lavoro.

«Non impone soluzioni dall’alto, non aspetta l’eroe buono che viene a salvarci», ha sottolineato Tintori. Neemia «responsabilizza la comunità in tutte le sue componenti, organizza i lavori in modo che ciascuno sia in possesso degli strumenti necessari per svolgere il proprio compito».

La relatrice ha ripreso le parole del Papa, che descrive Neemia come esempio di una vocazione a non essere «spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto».

Per la Caritas, questo significa unire ascolto e responsabilità, preghiera e discernimento, capacità di leggere i bisogni e volontà di coinvolgere le persone nella costruzione delle risposte. Non basta intervenire sulle conseguenze delle povertà: occorre interrogarsi sulle cause che le producono e sulle strutture sociali, economiche e politiche che alimentano le disuguaglianze.

È qui che la carità incontra la profezia sociale. «La profezia ha bisogno di voci indignate, critiche e pragmatiche», ha affermato Tintori. Voci capaci di dare nome alle ingiustizie, denunciare ciò che genera esclusione e trasformare la rabbia di fronte alle sofferenze in un impegno concreto per cambiare la realtà.

«La carità non può essere neutrale, non può rimanere equidistante», ha aggiunto, precisando che non si tratta di schierarsi con una parte politica, ma di affermare i criteri evangelici. «Il Vangelo sa sempre da che parte stare: dalla parte delle ferite dell’uomo».

La profezia sociale, in questa prospettiva, non coincide con la previsione del futuro. È piuttosto la capacità di guardare il presente con gli occhi di Dio, di riconoscere le ferite della società e di avere il coraggio di dire la verità, senza deformare la realtà per renderla più rassicurante.

Nuove alleanze, formazione e capacità di sognare

Tra le priorità indicate da Tintori c’è la costruzione di nuove alleanze, soprattutto tra le generazioni. «È finito il tempo, se mai c’è stato, in cui potevamo fare tutto da soli», ha detto, richiamando la parabola del buon samaritano. Anche chi soccorre una persona ferita ha bisogno di altri: di chi mette a disposizione un luogo di accoglienza, di strumenti, di risorse e di competenze. La cura, dunque, richiede collaborazione e capacità di riconoscere il valore del contributo altrui.

«Alleanza non è sinonimo di fare rete. Quando io faccio alleanza, io imparo a godere il bene degli altri», ha spiegato. Una distinzione che invita a superare la semplice collaborazione operativa per costruire rapporti nei quali si riconosca e si valorizzi il bene realizzato anche da chi opera con modalità diverse dalle proprie.

Particolare attenzione è stata dedicata al rapporto tra giovani e adulti. «Oggi è tempo di non ghettizzare più le generazioni», ha affermato la relatrice, invitando a superare una suddivisione delle esperienze comunitarie per fasce d’età e a favorire occasioni di incontro autentico. «Evitare di salire in cattedra per insegnare ai giovani come stare al mondo» significa mettersi al loro fianco, camminare insieme, imparare gli uni dagli altri.

A rendere possibile questo incontro è anche la capacità degli adulti di riconoscere i propri limiti. «I giovani hanno bisogno di persone autentiche, di adulti che non hanno paura di chiedere scusa». In una società che esalta la prestazione e l’onnipotenza, mostrare la propria fragilità non è un segno di debolezza, ma una condizione per costruire relazioni più vere.

Per questo la profezia sociale ha bisogno anche di una formazione permanente, diffusa e coordinata: spirituale, per custodire le radici evangeliche del servizio; legata al magistero sociale della Chiesa, per orientarsi nelle trasformazioni del mondo; e competente, per comprendere i cambiamenti e affrontare in modo adeguato le situazioni incontrate.

Tintori ha quindi invitato a vigilare su una dinamica che può compromettere anche le relazioni interne alle organizzazioni: l’autodisprezzo, la sfiducia reciproca, la tendenza a non riconoscere il valore del lavoro degli altri. «Vigilate sull’autodisprezzo», ha raccomandato, mettendo in guardia dal rischio che le incomprensioni e le critiche non affrontate generino rabbia e cinismo. «La critica è sacrosanta, ma deve essere fatta con lo stile della correzione fraterna».

L’ultima indicazione riguarda l’immaginazione e la creatività. «Non può esserci profezia sociale senza immaginazione e creatività», ha affermato. Una comunità si spegne quando non riesce più a sognare, quando perde la capacità di immaginare una realtà diversa da quella esistente.

Per Tintori, la domanda da porsi è concreta: «In quale società vogliamo vivere fra 5, 10, 15 anni? Per che cosa vale la pena battersi? Che sogno ho? Che sogno abbiamo come Caritas di Roma oggi, 10 ottobre 2026, giorno del vostro compleanno?».

Immaginare significa anticipare con il pensiero ciò che ancora non c’è, ma anche riconoscere che un futuro diverso richiede scelte, responsabilità e azioni condivise. Non basta commentare le rovine: occorre entrare nei cantieri della storia, proprio come Neemia, per contribuire a ricostruire ciò che è stato ferito.

Tintori ha concluso il suo intervento con tre richiami. Il primo, ispirato a sant’Agostino, invita a cambiare i tempi attraverso una vita buona. Il secondo, di Carlo Maria Martini, richiama la responsabilità dei cristiani nel contribuire a dare una direzione alla società: «Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare».

L’ultima frase è un invito che interpella direttamente ogni comunità cristiana: «Quando alla fine della vita saremo interrogati sull’amore, non potremo delegare la risposta alla Caritas».

Un richiamo che restituisce il senso dell’intera Assemblea. La Caritas è chiamata a sostenere, accompagnare e rendere visibile la testimonianza della carità, ma l’amore verso gli altri non può essere affidato soltanto a chi ne ha fatto una missione o un servizio. È responsabilità di tutta la Chiesa e di ogni persona.

La verifica come «filo rosso»

Le conclusioni sono state affidate al vescovo Stefano Sperapani che ha indicato nella verifica pastorale il «filo rosso» che lega tutti gli interventi del pomeriggio. «Si tratta di un messaggio profondo, in cui ci viene chiesto di crescere sul nostro modo di fare verifica, di rivedere il nostro fare». Una prassi che «diventa uno stile evangelico», perché ci offre «la bellezza e il gusto di dare senso a quello che facciamo; di rischiare di essere veramente più contenti e più soddisfatti».

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