Il servizio notturno come occhiali da realtà aumentata

WhatsApp Image 2017-01-19 at 20.22.21Molti volontari stanno rispondendo con entusiasmo alla richiesta lanciata da qualche settimana per il Servizio notturno itinerante Caritas (SNI). E da settimane raccogliamo e condividiamo le loro osservazioni, le loro riflessioni. Quella che oggi vorremmo raccontarvi è la storia di Simon, un volontario immaginario che in qualche modo li rappresenta.

Ieri sera Simon è salito per la prima volta su una macchina del servizio notturno ed ha partecipato al giro di osservazione, ricerca ed avvicinamento delle persone senza dimora insieme ad altri volontari ed operatori della Caritas di Roma. Cosa ha visto Simon una volta montato in una di queste macchine “di servizio”?

Dopo aver posto sul sedile posteriore, insieme all’altro volontario, con l’operatore incaricato della macchina n.2 ripassano il percorso loro assegnato, in una zona normalmente altamente trafficata ma per fortuna è notte e la città è più percorribile: bene, arriveranno subito a destinazione, pensa Simon un po’ impaziente di passare “all’azione”. E infatti in pochi minuti arrivano in zona e cominciano a concentrarsi sui dati evidenziati dall’operatore che indica loro ora una persona sotto un porticato, ora una su una panchina nascosta da vecchie coperte. Decidono di partire da quest’ultima e la avvicinano. Il quartiere che stanno perlustrando è uno di quelli che Simon attraversa abitudinariamente tre sere a settimana per recarsi in palestra.

«Ma sono sempre state qui queste persone? E se è così come mai non le ho mai viste?». Domande, queste, sottoscrivibili dalla maggior parte di noi; mettiamo una sera qualunque, una sera in cui montiamo nella nostra macchina diretti che so ad un appuntamento con degli amici, alla prima di un film che abbiamo tanto desiderato vedere, alla rappresentazione di una delle nostre opere preferite, all’aeroporto a prendere un amico che viene da lontano, in palestra, in gelateria: quali pensieri ci accompagnano mentre siamo alla guida della nostra auto? Quali cose ci colpiscono? Quali scene cittadine cogliamo?

Ordinariamente ci accade ciò che afferma Simon: nella quotidianità dei nostri gesti alcune cose ci sfuggono e tra queste magari anche cose importanti. Non è una colpa: tutti noi agiamo, ragioniamo, valutiamo, osserviamo, selezioniamo informazioni in base a criteri, obiettivi che orientano il nostro procedere nella vita, nel contesto delle situazioni in cui ci troviamo, e in base ad abitudini ed esperienze che le corroborano.

Certamente la partecipazione alle uscite del Servizio notturno offre occasioni esperienziali ma anche riflessive molto significative, potenzialmente in grado di modificare le nostre solite capacità di osservazione e la scelta degli atteggiamenti da tenere. Partecipare ai giri delle macchine e all’attivazione dei contatti con le persone senza dimora incontrate in strada può cambiare le nostre visioni e le nostre più abituali focalizzazioni, scoprendoci magari più individualisti o meno attenti di quanto non avremmo sospettato.

Potremmo dire che partecipare ai giri delle macchine di servizio dello SNI è un po’ come indossare gli occhiali “a realtà aumentata” che stanno sbaragliando il mercato informatico degli ultimi anni. Grazie a questi occhiali è possibile vedere dettagli e specifiche della realtà in modo appunto potenziato ed integrato: si tratta infatti dell’arricchimento di informazioni di cui già normalmente disponiamo nelle attività che svolgiamo durante il giorno con l’integrazione ed il potenziamento delle possibilità che ci vengono offerte dai nostri cinque sensi attraverso dispositivi ad alta tecnologia. Insomma una cosa meravigliosa e un’opportunità assai arricchente. La questione è che una volta tolto il dispositivo noi perdiamo la capacità di vedere e di capire “in maniera potenziata”.

Se torniamo alla scena in cui Simon entra per la prima in una macchina di servizio e, arrivato nella zona di competenza, ascolta le indicazioni dell’operatore possiamo facilmente immaginare la straordinarietà e il forte impatto emotivo di tale momento: vede visi, volti, avvicina persone, vite, tocca mani, corpi, ascolta voci, storie. Vede una realtà arricchita, un po’ come avviene attraverso il meccanismo degli occhiali digitali, ma con i suoi sensi e con le sue capacità ermeneutiche: «inizialmente ero timoroso circa l’approccio giusto da trovare con le persone… ma poi ho capito che molto dipende dall’altro e da come si pone con noi. Tutto poi viene di conseguenza. Indubbiamente incontrare l’altro in una situazione completamente diversa da quella a cui si è più abituati fa scoprire un mondo nuovo. C’è chi rifiuta del tutto il semplice contatto verbale».

«In questi incontri ho compreso che il nostro avvicinarsi va modulato e misurato sia nelle intenzioni che nelle domande da fare… è una relazione che va costruita dove possibile, sera dopo sera».

Ecco, dopo un’uscita in macchina con lo SNI qualcosa cambia in noi, si potenzia. Forse se una distinzione è possibile operare tra l’esperienza di realtà aumentata della scorsa notte di Simon e quella che potremmo fare seduti sul nostro divano indossando gli occhiali a realtà potenziata, ebbene essa non è nell’artificialità di quest’ultima ma nel suo carattere di straordinarietà e transitorietà.

Se un obiettivo è possibile individuare nell’esperienza fatta con il Servizio notturno, tra i tanti che lo caratterizzano, ecco esso è proprio il favorire il passaggio dalla straordinarietà ed eccezionalità dell’esperienza di una notte di osservazione della nostra città all’adozione di uno stile di osservazione e comprensione della realtà che, divenendo ordinarietà, abitudinarietà, sistematicità, incida sul nostro senso di appartenenza a quella realtà e di questa a noi: ciò non può che aumentare in noi un conseguente senso di responsabilità per le vite ed i destini di tutti coloro che ne fanno parte.

Entrare in una macchina dello SNI può far vedere la realtà aumentata, in tutta la sua molteplicità e diversità; sta poi a ciascuno di noi scegliere uno stile di integrazione dei dati di quella realtà che ci sta già intorno e di farne la nostra ordinaria e quotidiana e personale pre-occupazione. Un po’ come attivare un dispositivo di allerta, un dispositivo che funzioni in modo permanente nella nostra coscienza, nella nostra intelligenza, nel nostro cuore, nelle nostre scelte, nelle nostre azioni? In un certo senso è così. O almeno per Simon è stato così.