Gli anziani e la paura di un nuovo lockdown. La storia di Giovanna

Giovanna è nata nel 1926, è una linda vecchietta che mi accoglie con un sorriso apparentemente sereno in un piccolo appartamento al pianterreno di una casetta a Centocelle, altrettanto lindo e ordinato. Se ne prende cura lei stessa, nonostante i suoi 94 anni, grazie alla salute discreta e ad una mente ancora lucida e vivace.

Vedova da 30 anni, aveva due figli, un maschio ed una femmina, che è morta per malattia quando aveva 40 anni. Il figlio rimasto si è trasferito per lavoro a Frosinone e ha messo su famiglia. “Però è un bravo figlio, ci tiene a dire, e quando ho problemi grossi lui arriva sempre”. Mi dice anche che lei alla solitudine ci ha fatto l’abitudine, non è mai stato un problema perché ci ha sempre tanto da fare, pulire casa, fare la spesa, le bollette, il medico, la farmacia… fino a Natale dell’anno scorso faceva tutto da sola, il quartiere lo conosce come le sue tasche e i vicini sono gli stessi da una vita, si sono fatti vecchi anche loro ma almeno si conoscono tutti. Suo figlio era fiero di lei, diceva che ci aveva una mamma “super”. Poi è arrivato Natale, che hanno passato bene perché il figlio è venuto a Roma con tutta la famiglia e i nipoti se li è potuti godere, anche se ormai sono ragazzi grandi. Poi è arrivato gennaio che già tutti gli anni è un mese che ti caccia dentro casa, ma quest’anno le è sembrato più freddo e più lungo, e poi come se non bastasse, arriva il Covid. A febbraio sembrava ancora una disgrazia che riguardava solo la Cina, ma intanto era come una nuvola nera che si avvicinava, in televisione ne parlavano sempre di più.

E così Giovanna si ritrova rinchiusa in casa, ma non perde il coraggio ed esce, fa i soliti giri, compra alimentari e medicine, ma ogni giorno di più le strade si svuotano, i negozi chiusi, i vicini anche loro rintanati dentro le case. Giovanna pensa “passerà” e continua nelle sue faccende quotidiane. Una volta il figlio le fa anche una bella sorpresa, perché riesce a scappare da Frosinone e le porta tante provviste che ci potrebbe campare per tre mesi senza uscire. Ma la cosa più bella è che lo ha visto, ce lo ha avuto vicino per mezzo pomeriggio, hanno chiacchierato, hanno riso, hanno ricordato le monellerie che combinava quando era piccolo. Le ha promesso che sarebbe venuto ancora, controlli permettendo. E invece non ce l’ha fatta e lei ha dovuto aspettare la “liberazione” di maggio per rivedere lui e la famiglia.

Ma nel frattempo qualcosa era successo dentro di lei: senza accorgersene, aveva cominciato a uscire sempre di meno, complice forse anche il mucchio di provviste che, frugale com’era, consumava lentissimamente. La verità è che le facevano tristezza le strade vuote, le ombre invernali che cadevano presto la inquietavano quando, guardandosi intorno, vedeva rari passanti camminare di fretta molto lontani da lei. “E se cado, chi mi raccoglie?” Era un pensiero che non l’aveva mai sfiorata prima, lei era una donna pratica, sbrigativa, non abituata a cullarsi in paure ed esitazioni. Era fiduciosa nelle sue forze, perché la vita l’aveva obbligata a tirarle fuori di brutto, quelle energie fisiche e mentali, per affrontare le “botte” che le aveva assestato.

Ecco: giorno dopo giorno, in quei due mesi interminabili, Giovanna aveva perso la fiducia in sé stessa, nelle sue gambe, nella sua vista, nella sua salute. Verso la fine di aprile Giovanna non usciva quasi più di casa, passava il tempo sul vecchio divano davanti al televisore spesso in uno stato di torpore, lasciando le immagini scorrere davanti ai suoi occhi ma senza nemmeno ascoltare, satura di cronache allarmanti, di reportage deprimenti, di testimonianze che sembravano uscite da film dell’orrore. Le si era gelato il sangue nel vedere i camion militari portar via i cadaveri a mucchi. Sapeva che, se si fosse ammalata, avrebbe fatto una fine indicibilmente triste, sarebbe morta sola come un cane.

Quando la liberazione è arrivata, Giovanna ha ripreso a vivere, ad uscire, a curare la sua casa e a tenerla lucida e ordinata in attesa delle visite dei suoi cari. Ma, mi dice, “Dentro ci ho come un peso, la sera mi viene la malinconia, esco ma solo quel tanto che mi serve per le cose necessarie, perché ora ho paura, perché le gambe dopo tanto stare ferme mi tremano, e ho il fiato corto quando tiro il carrello della spesa”. Una volta, in farmacia, offrivano sostegno psicologico gratuito grazie ad una giovane psicologa appartenente ad una associazione che si dedica a questo servizio. Giovanna si è fatta coraggio e l’ha incontrata, ci ha parlato, vergognandosi anche un po’ della propria debolezza. La psicologa l’ha segnalata alla Caritas, e per questo io sono ora davanti a lei.

Andreina Russo
volontaria del servizio “Aiuto alla persona”.