Il testo integrale della lettera di un’ex operatrice della Caritas di Roma, pubblicata nel nuovo numero del giornalino Gocce di Marsala, in occasione del 28° anniversario della scomparsa del fondatore della Caritas diocesana.
Caro don Luigi,
ci siamo conosciuti nel 1985, quando io, per puro caso, dando disponibilità per un giorno, ho risposto all’appello di un’amica di mia madre che chiedeva aiuto per la mensa di via delle Sette Sale, a Colle Oppio. Ho iniziato così la mia avventura in Caritas. Non te l’ho mai raccontato, ma è iniziata proprio così… per puro caso.
Ho poi continuato a fare volontariato: a Colle Oppio il sabato mattina e in via della Cisterna il sabato sera. Quando andavo a stendere i panni con suor Elena in terrazza, quanto era pesante quel catino di alluminio! Poi è arrivato l’Ostello di via Marsala, nel giugno del 1987, e lì, nel guardaroba, ho iniziato l’avventura come operatrice.
Quanto ero giovane e piena di speranze, con la volontà di cambiare il mondo, perché con te io ero certa di poterlo cambiare: il modo di pensare dell’uomo nei confronti dell’altro uomo. È sempre stata tutta un’emergenza… Tu arrivavi, e noi accanto a te, pronti a carpire ogni tua parola che sapeva di Vangelo, uguaglianza, attenzione e accoglienza. Sempre “fumantino” (quanto ti assomiglio) quando qualcuno non rispondeva immediatamente a ciò che chiedevi: non ce n’era per nessuno, sindaco o assessore che fosse. Per te l’altro, l’invisibile, chi non aveva mai avuto voce, era sempre al primo posto. Non accettavi le ingiustizie del tempo… vedessi ora… E io ammiravo di te la forza e la determinazione, che poi ho imparato e fatto mie nella vita.
Dopo una notte a via Marsala venni chiamata – non ricordo da chi, forse da qualcuno del Vicariato o da un operatore dell’Ostello – per andare a ritirare dei documenti presso la direzione delle Ferrovie dello Stato, perché Necci, amministratore delegato in quei tempi, doveva firmare alcune autorizzazioni necessarie per aprire l’Ostello di via Giolitti.
Allora io andai con un abbigliamento così composto: anfibi, giaccone e basco. Con un piccolo foglietto in cui era appuntato il nome della persona che avrei dovuto incontrare, arrivai in portineria e chiesi di essere ricevuta. Il portiere guardò il mio look da “scappata di casa” e chiamò una signora. Vidi nei suoi occhi perplessità, poi mi disse: «Scusi, ma lei è della Caritas? La stanno aspettando».
Che emozione fu per me quel riconoscimento! Andai al piano superiore e mi venne incontro una segretaria, che mi accompagnò da un’altra segretaria. Quando questa aprì la porta, vidi che Necci in persona era al telefono. Quando terminò la chiamata, mi disse: «Qualcuno ha fatto la notte, firmo subito i documenti». Con i documenti firmati andai in Vicariato, così che tu e Claudio [Cecchini, ex vicedirettore della Caritas di Roma, n.d.R.] poteste ritirare il plico.
Poi tu, dopo una carezza sul viso, mi chiedesti: «E ora che fai?». «Vado a casa», ti risposi, «e mi metto a dormire, perché poi oggi alle 16.30 sono in Ostello». E tu: «Va bene, buon riposo».
Così venne aperta la struttura di via Giolitti, che offriva 1.300 pasti al giorno e 80 posti per soli uomini. A fine serata ero in ricezione, stanca, e suonava il citofono: dalla videocamera vedevo che eri tu. Freddo o caldo, per te non c’era differenza: c’era solo l’Ostello di via Giolitti, dove venivi a controllare come andavano le cose. Ti mettevi seduto accanto a me e, dopo avermi chiesto com’era andata la giornata, mi parlavi, e a me passava la stanchezza, tanto che avrei potuto iniziare di nuovo il turno. Le tue parole hanno sempre dato un senso reale e concreto a quello che facevo.
A via Giolitti non c’era tregua. Una volta ci eravamo organizzati per festeggiare il Capodanno: chi con gli amici, chi in famiglia. Non ricordo se fosse il 28 o 29 dicembre; comunque ero in ricezione a fare le ultime raccomandazioni, affinché il notturno – che aveva anticipato di un’ora il turno del 31 dicembre – non avesse problemi a causa delle nostre dimenticanze.
Eravamo in quattro o cinque tra operatori e obiettori di coscienza, quando a un certo punto squillò il telefono e io risposi come sempre: «Caritas, buonasera». Dall’altra parte sentii la voce di un uomo che disse: «Casa Agnelli, cortesemente Di Cicco». A quel punto trasferii la chiamata al responsabile, Gennaro Di Cicco, e tutti guardavamo la lucetta rossa del telefono. Poco dopo si spense e Gennaro, con l’interfono, ci disse: «Tutti gli operatori in direzione».
Andammo e lui ci comunicò che la signora Agnelli avrebbe passato la mezzanotte con te, e noi a via Giolitti. Ci guardammo stupiti e ci dicemmo: «Va bene, però stiamo tutti insieme». Perché per noi era questo: stare insieme, e insieme a te.
Poi ricordo quando, nel 1995, ti chiamai perché avevo ricevuto un’offerta di lavoro alla quale non potevo dire di no. Con il cuore gonfio di tristezza chiesi di poterti parlare, e tu mi desti appuntamento in Vicariato, dove ricevevi tutti: da Susanna Agnelli all’ospite che chiedeva la tua attenzione. Io ero lì in fila, insieme a tutti gli altri, in attesa di poterti parlare, composta, seduta… Vedendoti arrivare da lontano, sorridevi a tutti.
Quando arrivò il mio turno, ti dissi in lacrime (mi emoziono ancora): «Don, io devo dare le dimissioni, mi hanno offerto un lavoro». E tu, guardandomi negli occhi, mi rispondesti: «Prenditi un periodo di ferie e vai».
«Ma Dondi…» – perché noi ti chiamavamo così – «mi assumono a tempo indeterminato, vado a Bergamo».
E tu, con la tenerezza che avevi solo tu, mi dicesti: «Allora facciamo così: se ti trovi male o ti trattano male, tu torna qui da me, un posto per te ci sarà sempre».
Asciugasti le lacrime che rigavano il mio viso, e lo rigano ancora quando ricordo la tenerezza che hai avuto per me e per tutti coloro che hanno avuto la possibilità di camminare al tuo fianco e con te al fianco.
Caro Dondi, penso spesso alla frase di San Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2). Tu hai incarnato in pieno questo messaggio: non ti sei mai conformato, e questo lo hai trasmesso a me e a tutti noi.
Penso ai tuoi ultimi giorni. Se, come San Paolo, hai potuto scrivere al tuo Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2 Tm 4,7), io ti dico che lo hai fatto. Perché se io sono come sono, lo devo a te, a ciò che sei stato per me e per tutti coloro che hanno avuto il dono di condividere con te la buona battaglia.
Dondi, la corsa non è finita: siamo ancora in cammino per portare la testimonianza che la tua è stata – e continua a essere – la buona battaglia.
Ti abbraccio,
Laura Z. (ex operatrice della Caritas di Roma)
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Don Luigi Di Liegro è scomparso il 12 ottobre 1997. Fondatore e primo direttore della Caritas di Roma, ha dedicato la sua vita all’ascolto, alla promozione umana e alla difesa della dignità delle persone più fragili.
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