«Non dobbiamo immaginarci come degli eroi di fronte alle tante sfide del nostro tempo, ma da cittadini del Regno dobbiamo continuare a parlare il linguaggio di Dio dentro il linguaggio degli uomini e delle donne di questo tempo e parlare il linguaggio degli uomini e delle donne di questo tempo riferendolo sempre al linguaggio di Dio».
È questo, secondo il cardinale Baldo Reina, vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma, il messaggio ancora attuale del decreto conciliare Apostolicam actuositatem a sessant’anni dalla promulgazione.
Il cardinale, con una riflessione sul brano della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, sabato mattina, 22 novembre, ha aperto il convegno proposto dall’Azione Cattolica di Roma e dalla Caritas diocesana, presso il Polo sanitario di Villa Glori.
“L’apostolato dei laici a 60 anni da Apostolicam actuositatem” è il tema dell’incontro che, ha spiegato Marco Di Tommasi, presidente dell’Ac romana, «vuole riflettere sulla rinnovata urgenza del contributo dei laici nella società e nel mondo».
Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana, ha sottolineato che, nell’interpretazione del decreto occorre fare una scelta di fondo: «sollecitati dal presente e da una visione rivolta al futuro», perché « le ferite, la violazione di diritti fondamentali per la dignità umana a cui assistiamo, sono talmente gravi che dovremmo tutti interrogarci». Per Trincia «il decreto conciliare parlava di rapidissime trasformazioni nel mondo del lavoro, della famiglia, della cultura. Oggi queste dinamiche sono accentuate e la partecipazione dei cristiani richiede non solo opere di solidarietà, ma anche competenze, visione, capacità di costruire alleanze».
Per la teologa Stella Morra, «la grande intuizione del decreto Apostolicam Actuositatem è che non c’è un “dentro” e un “fuori” dalla Chiesa» poiché, invece, le due dimensioni «si confondono», laddove «i laici battezzati vivono nel mondo, nel quale niente è profano e tutto ci interroga e ci interessa». Da qui l’invito e l’auspicio affinché i laici comprendano che «non c’è qualcosa da correggere ma c’è da riconoscere Dio nel mondo, leggendo i segni dei tempi e chiedendosi ogni volta che cosa la persona che incontro mi sta dicendo».


