Per anni ha vissuto tra numeri, formule e teoremi. Poi, una volta arrivata la pensione, Stefano ha scoperto che esiste un’altra matematica, quella delle relazioni umane, dove non tutto si può prevedere o risolvere con la logica. È da questa consapevolezza che nasce la sua esperienza all’interno della redazione di “Gocce di Marsala”, il giornalino dell’Ostello “Don Luigi Di Liegro” di via Marsala.
La sua storia apre il nuovo numero del giornale con un racconto intimo e sincero: “Che ci faccio qui? La mia esperienza a Gocce di Marsala”. Un percorso nato quasi per caso, grazie alla passione per la scrittura e all’incontro con Laura, volontaria dell’Ostello, che dopo aver letto alcune sue filastrocche gli ha proposto di conoscere la redazione.
All’inizio Stefano era perplesso. Si chiedeva quale aiuto concreto avrebbe potuto offrire in un luogo come quello. Ma dietro quella scelta c’era anche una storia personale profonda e dolorosa: la perdita della sorella, morta a Berlino in condizioni di grave fragilità, senza casa e senza soldi. Una vicenda che lo ha portato a guardare con occhi diversi le persone che vivono esperienze di emarginazione e povertà. “Le storie delle persone che finiscono in luoghi come l’Ostello possono essere le più diverse, ma hanno tutte un senso e meritano rispetto”, racconta.
È proprio nel Giornalino che Stefano trova qualcosa che sente vicino: il valore della scrittura come possibilità di cura, ascolto e condivisione. Per Stefano, “Gocce di Marsala” è questo: un luogo dove le parole diventano piccoli segni di speranza, occasioni per ritrovare ascolto, amicizia e condivisione. Un’esperienza che, come lui stesso racconta, gli restituisce molto più di quanto riesca a dare.
Nel nuovo numero del giornalino trovano spazio anche poesie, riflessioni, testimonianze degli ospiti e dei volontari, i ricordi dedicati a Geppetto e a suor Vittoria, oltre ai racconti delle feste e dei momenti vissuti insieme dalla comunità dell’Ostello. Un intreccio di voci diverse che continua, numero dopo numero, a raccontare la vita così com’è: fragile, ferita, ma ancora capace di speranza.
