disperato alla slot machineLa bambina di due anni e un piccolo di pochi mesi, lasciati da soli nell’auto. La madre viene rintracciata a prostituirsi poco lontano; il padre è chiuso in un bar davanti a una slot machine. Questo è il quadro che si è presentato ai carabinieri di un piccolo comune nella provincia di Brescia una settimana fa, e che solo in questi giorni è filtrato nelle pagine dei quotidiani nazionali, rafforzato dal tratto ulteriore, raggelante, che le analisi della piccola avrebbero evidenziato tracce di cocaina nel sangue.

Non è chiaro come l’abbia metabolizzata; è però evidente che la droga faceva parte del suo ambiente di vita.

Come sempre avviene in questi casi, le cronache giornalistiche si rincorrono nel tentativo di aggiungere particolari, ma è sufficiente l’immagine della bambina che cerca di consolare il pianto del fratellino mentre sopraggiungono le forze dell’ordine per rendere chiara qualunque considerazione.

Si potrebbero spendere parole su come il gioco d’azzardo compaia, ancora una volta, nelle situazioni più cupe. Si potrebbe scomodare la letteratura clinica, per spiegare le continuità tra dipendenza da azzardo e dipendenza da altre droghe. Ci si potrebbe soffermare sulla madre dei bambini, poco più che ventenne, che lungo la strada provinciale attende i clienti da cui sa di ricevere ciò che il compagno intanto dilapida nelle macchinette.

Fenomeni che muovono interessi, denaro, corruzione, traffici, mafie: tutti caricati sulle spalle di due bambini, che insieme non arrivano a tre anni. Per loro si apriranno le porte di una qualche comunità di accoglienza e si avvierà quella lenta e faticosa opera di tessitura dei legami di fiducia e di costruzione di futuro che gli educatori di Caritas Roma impegnati a favore di minori non accompagnati o madri sole con bambini conoscono bene.

Tuttavia, se ci limitassimo a considerare questa vicenda come manifestazione di un caso limite di degrado sociale e familiare, finiremmo per cedere alla logica dell’emergenza, che scuote e provoca ma mantiene distanti, perché sa di poter contare sulla rete dei servizi che, facendosi carico del disagio, in un qualche modo lo tengono lontano dagli occhi.

Non per niente, in questi casi, è usuale chiedersi dove fossero i servizi sociali, perché famiglie così compromesse e bambini così vulnerabili siano rimasti nell’ombra fino al punto di sfiorare la tragedia.

È meno conciliante soffermarsi sui dati che rendono questa vicenda parte di uno scenario più ampio, di povertà assoluta, che secondo i dati ISTAT relativi 2017, in crescita rispetto all’anno precedente, riguarda nel nostro Paese 1 milione e 292 mila minori.

È meno rassicurante pensare che dietro la freddezza dei numeri ci sono bambini e adolescenti in carne e ossa, che probabilmente abitano nei palazzi di quei quartieri periferici davanti a cui sfiliamo velocemente, senza prestare troppa attenzione.

Siamo disposti a considerarli “casi persi”, come si tende a fare davanti all’evento di cronaca di questi giorni?

Inoltre, se la spesa degli italiani per gioco d’azzardo nel 2016 è stata pari a 96 miliardi di euro, ovvero in media quasi 1.500 euro pro capite considerando tutta la popolazione, compresa quella che non gioca; se, secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, l’1% della popolazione italiana tra i 15 e 65 anni fa uso di cocaina; se il mercato della prostituzione vale 90 milioni di euro al mese: allora diventa ragionevole supporre che queste trame si incrocino fra loro, si alimentino a vicenda, rendendo l’inaudito più quotidiano di quanto siamo propensi ad ammettere.

Se poi a pagarne le conseguenze sono i bambini, in una società sempre più sterile a scontarne gli effetti sarà in qualche modo il futuro di tutti.