In economia si parla di Responsabilità Sociale d’Impresa per riferirsi alla responsabilità delle aziende rispetto all’impatto che esercitano sulla società (Comunicazione UE n. 681, 2011).

Si tratta quindi di considerare le ricadute ambientali e sociali delle attività economiche assumendo un punto di vista etico, che va al di là del profitto.

Negli anni si è molto dibattuto su questo concetto e su come si traduca nella pratica.

Per un’impresa, essere socialmente responsabile significa anzitutto allargare lo sguardo ai cosiddetti stakeholder, ovvero i “portatori di interesse”: i lavoratori, che sono stakeholder interni, e tutti i soggetti in qualche modo coinvolti nella filiera produttiva: proprietari, azionisti, committenti, fornitori, associazioni di rappresentanza, ecc. fino ai consumatori e alla comunità locale nel suo complesso.

Nella realtà dei fatti, ci sono sostanzialmente due modi di intendere la Responsabilità Sociale d’Impresa: una responsabilità sociale esercitata a monte, in modo che l’attività economica eviti i possibili impatti negativi e anzi generi ricadute positive; una responsabilità a posteriori, che rimedia alle esternalità negative, senza mettere in discussione il fatto che si verifichino.

Secondo molti studiosi, questa seconda modalità “riparativa”, che si esprime per esempio in azioni di beneficienza a fronte di una massimizzazione dei profitti incurante delle proprie ricadute, non dovrebbe nemmeno essere considerata Responsabilità Sociale d’Impresa.

Segue una logica a due tempi, infatti, che ha ben poco di etico: prima il danno, poi, in qualche misura, la ricerca di una reputazione positiva.

Quando si parla di gioco d’azzardo, questa contraddizione diventa particolarmente stridente.

 

Le società che producono e commercializzano “gratta e vinci”, lotto, superenalotto, scommesse sportive ecc., già da anni promuovono iniziative a valenza sociale o culturale che inseriscono nei propri bilanci sotto l’egida della Responsabilità Sociale d’Impresa.

Un paio di anni fa, si era parlato del contributo che Lottomatica aveva destinato alla nuova illuminazione del Mosè di Michelangelo nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma [Gioco d’azzardo, quando l’ipocrisia si veste di finalità sociale].

Un esempio di questi giorni è il bando “Generazione Cultura” promosso da Lottomatica Holding, la cui locandina è comparsa anche sulle pagine di quotidiani nazionali, invitando i giovani a partecipare per aggiudicarsi borse di studio nell’ambito della formazione ai beni culturali e “potenziare il talento”.

Ma c’è anche l’iniziativa “Vincere da grandi”, con cui la stessa concessionaria, in collaborazione con il CONI, si fregia per il proprio “impegno per aiutare tutti i ragazzi a esprimere i propri numeri”, con tanto di immagine sovrastata da un grande “365”, ad indicare che questo impegno si concretizza tutti i giorni dell’anno.

Si parla di “progetto sportivo, educativo e sociale” rivolto a “ragazzi, famiglie, comunità che vivono in aree di disagio e a rischio criminalità”.

Meglio di niente, si potrebbe pensare, considerato che il gruppo internazionale di cui Lottomatica fa parte nel 2018 ha raggiunto solo in Italia un fatturato di milleottocento milioni di euro.

D’altra parte, questa come le altre società concessionarie del gioco d’azzardo possono rivendicare di contribuire in modo sostanziale al bilancio pubblico: producono e commercializzano gioco d’azzardo per conto dello Stato e versano ogni anno all’Erario miliardi di euro.

Qui risiede la grande stortura. A monte vi è infatti l’ineludibile responsabilità dello Stato, dalla quale discendono tutte le contraddizioni.

Migliaia di minori, nonostante il divieto di legge, ogni anno si rivolgono al gioco d’azzardo, attratti dall’esca della vincita facile, e secondo rilevazioni recenti il 12% già manifesta un comportamento di gioco problematico, mentre il 15% è a rischio [Osservatorio Nomisma, Gioco § Giovani 2019].

Di fronte a questo impatto del gioco d’azzardo sui giovani, come si misurano le 50 borse di studio erogate dal bando “Generazione Cultura” o i mille minori coinvolti nel progetto “Vincere da grandi” e tutte le altre iniziative che le società concessionarie mettono in atto sotto il rivestimento della Responsabilità Sociale d’Impresa?

La Direzione Distrettuale Antimafia da tempo avverte che il settore dell’azzardo legale, contrariamente a quanto molti si ostinano ad affermare, non è un argine bensì un catalizzatore di infiltrazioni mafiose [L’azzardo “legale” sempre più in mano alle mafie].

Come si misura il valore di progetti rivolti a quartieri degradati quando proprio in quei territori la criminalità organizzata ruota intorno a slot machines e scommesse sportive?

Responsabilità è una parola che non si addice al campo del gioco d’azzardo.

Anzi, quanto più le azioni di Responsabilità Sociale d’Impresa guardano ai giovani ed evocano merito e futuro, tanto più rivelano la propria inconsistenza di fronte all’impatto funesto che l’azzardo esercita sulla società.

Così come suona retorico l’invito a “giocare responsabilmente” riportato su gratta e vinci, schedine ecc., la parola “responsabilità” attribuita all’industria del gioco si svuota di senso.

È necessario tenere alta l’attenzione, perché è proprio a causa di queste ambiguità che il gioco d’azzardo ha potuto diffondersi fino ad assumere i connotati di una piaga sociale, avvantaggiandosi di una catena opaca di responsabilità.