«Chiamatemi Speranza»

«Se mi dovete dare un nome, allora chiamatemi Speranza. Sì, Speranza mi piace!». Quando sei sopravvissuta alle carceri libiche e stai ricostruendo la tua vita in un nuovo Paese, non è mai facile esporsi pubblicamente. Cerchi di proteggere te stessa e quello che faticosamente hai conquistato da un passato fatto di violenze e umiliazioni e dalla curiosità, anche morbosa, di chi ti guarda con sospetto o con commiserazione. Scegli un nome che non è il tuo, ma spesso quel nome racconta tutto di te, di chi sei e chi vuoi continuare ad essere.

Incontriamo questa giovane donna dai grandi occhi scuri e un bel sorriso nella Cittadella della Carità a Ponte Casilino. A presentarcela è Teresa, operatrice dell’area immigrazione della Caritas di Roma. «Lei — ci dice — è stata una delle prime ospiti della nostra struttura di accoglienza in semi-autonomia per donne vittime di violenza e con diritto di protezione internazionale. Proprio quest’anno la casa è stata intitolata alla Beata Clementina Anuarite, una giovane suora africana che nel 1964 venne rapita insieme con alcune consorelle e assassinata per aver resistito ad un tentativo di stupro. Anuarite non è riuscita a scappare. Speranza sì, lei ce l’ha fatta. È stata nella nostra casa poco più di un anno. Poi, una volta ottenuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato e aver trovato una casa in affitto, ha spiccato il volo».

Cominciamo allora la nostra conversazione proprio dalla fine, anzi da quello che oggi è il nuovo inizio di Speranza. «Ho venticinque anni, lavoro come cameriera in un hotel e studio. Il prossimo sarà l’anno del diploma», dice incrociando le dita. «Sono contenta. Ora ho anche una casa mia e ho cominciato a viaggiare. L’Italia è bellissima. La scorsa settimana sono stata a Palermo, una città sorprendente e con delle persone meravigliose. Amo molto anche Napoli. Viaggio non per turismo, ma per il piacere di respirare l’aria di posti nuovi, scoprire bellezze nascoste, lasciarmi sorprendere dalle persone».

Mentre Speranza continua a raccontare dei suoi viaggi — Milano, la Puglia, la Francia, la Germania… —, noi ci guardiamo e, senza parlarci, facciamo la stessa riflessione. Pensavamo di sentire una storia come tante altre — guerre, fame e povertà — e invece ci troviamo davanti a un vulcano di gioia di vivere e voglia di futuro. Un entusiasmo disarmante anche per chi, tra noi, pensava di avere una certa esperienza in fatto di guerre, soprattutto di quelle che ti consumano dentro.

Speranza viene dalla Somalia, dove viveva con la famiglia: mamma, cinque fratelli; il padre, inesistente. Perché te ne sei andata? «Non me ne sono andata, sono scappata — dice —. A quell’età, ero una ragazzina, non pensavo a come sarebbe stata la mia vita. Sapevo solo che quello non era più il mio posto. In Somalia non sai cosa sia la speranza. Non mi importava dove sarei arrivata. Volevo solo andare via».

Così insieme con una cugina ha iniziato il suo primo viaggio…

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Intervista a cura di Ciro Salvucci e Piero Di Domenicantonio – L’Osservatore di Strada (mensile de L’Osservatore Romano)

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