Un murale di speranza e fraternità per i giovani del Centro “Tata Giovanni”

Un lavoro nato insieme ai ragazzi del centro di prima accoglienza ha trasformato il corridoio della struttura in uno spazio di colori, incontri e storie condivise, dove il fare insieme diventa linguaggio oltre le parole. Il racconto di Daniele Fontana, educatore.

Il sole era già calato da un pezzo. Oltre le Mura Aureliane il primo quarto di luna lasciava intravedere appena la sagoma scura del grande albero. Nel cortile del centro di prima accoglienza minori “Tata Giovanni” l’aria di questo febbraio non era tra le più fredde dell’ultima decade, ma restava comunque pungente. In cucina la cena era ormai pronta, nel tepore dei fornelli appena spenti.

«Hamdy! Shaban! Venite un momento, per piacere!».

Insieme alla collega in turno e con l’ausilio di Google Translate sul cellulare di servizio iniziammo a spiegare ai due ragazzi la proposta di realizzare un murales lungo tutto il corridoio della struttura. Hamdy era un ragazzone alto e robusto, dagli occhi buoni e con due grandi mani che non avresti mai pensato potessero avere tanta delicatezza e precisione con il pennello e le vernici. Aveva lavorato nel suo Paese come imbianchino fin da quando aveva otto anni e ne andava fiero. Con l’italiano non se la cavava ancora molto; del resto anche in arabo, la sua madrelingua, aveva avuto poche possibilità di studiare. Shaban, come Hamdy prossimo alla maggiore età, non era così esperto, ma sicuramente sarebbe stato contento, come tutti gli altri ragazzi del Centro.

Per fare la proposta senza troppe traduzioni complicate avevamo mostrato i disegni di ciò che volevamo realizzare. Nei loro volti si intravedeva un punto di domanda grande come una casa.

«No, non dovete disegnare voi, ma vi chiediamo una mano a preparare il muro…».

E qui, per un momento, gli occhi di Hamdy brillarono di contentezza. Finalmente poteva esprimere il suo talento. Sottolineai che era un lavoro da fare insieme e finalizzato al muro che avrebbe ospitato il murales e gli chiesi il materiale che secondo lui era necessario.

«Magun! Magun!».

Ci volle un po’ per capire cosa intendesse, fino a quando non ci mostrò una foto per farci capire che parlava dello stucco.

«Va bene! Allora domani iniziamo. Anche con gli altri ragazzi…».

L’idea del murale, tuttavia, non era improvvisata: già dall’autunno se ne parlava nelle riunioni di équipe con gli altri operatori. Rendere più colorato e vivace il nostro spazio poteva contribuire a creare quel senso di accoglienza e cura che vogliamo trasmettere a quanti incontriamo ogni giorno.

In quanto prima accoglienza per minori, i ragazzi si fermano per un tempo relativamente breve — uno o due mesi generalmente — e spesso non conoscono ancora l’italiano. Hanno dentro un mondo di vissuti, alcuni così forti che non sempre riescono a esprimere, al di là della lingua. “Fare insieme” qualcosa non è solo un modo di impiegare il tempo utilmente, ma diventa un modo di comunicare, un vero e proprio canale relazionale.

Dalla prima proposta in riunione di équipe erano passati un paio di mesi, non tanto per la consueta intensità della routine quotidiana o delle emergenze, ma perché fosse davvero espressione di tutti e di tutte.

Il muro di tutto il corridoio di accesso alle camere e agli altri spazi comuni della casa venne preparato a puntino dai due ragazzi, con l’aiuto, a turno, anche degli altri. Non si può immaginare la soddisfazione nel mostrare che era tutto liscio e candido.

Dopo una mano di fissativo iniziammo man mano a fare il disegno a matita. L’idea di riprodurre alcune opere di Keith Haring, proposta da una collega appassionata di arte, si è rivelata proprio a pennello. Il colore di fondo del muro, giallo da una parte e azzurro dall’altra, richiama i colori del sole e del cielo.

A poco a poco, con l’aiuto degli operatori e con il gruppo dei ragazzi che nel frattempo si è rinnovato più volte, abbiamo completato tutto il lungo corridoio. Un abbraccio tra due persone stilizzate, due che giocano a pallone e gruppi di figure di colori diversi che danzano insieme: un po’ come i ragazzi che hanno lavorato fianco a fianco — un albanese, un senegalese, un tunisino, due egiziani — e via via tante tinte e tante storie che si sono intrecciate, continuando ad accogliere e ad accompagnare tanti giovani in un breve tratto di cammino.

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