Il progetto “Ferite Invisibili” e la pandemia da Covid-19

L’esperienza del Covid-19 ci ha visti costretti ad una chiusura forzata e improvvisa delle varie attività e a un riaggiustamento delle nostre abitudini di vita. In particolare abbiamo dovuto evitare relazioni e contatti sociali anche con le persone a noi più care e intime. Abbiamo quindi dovuto ripensare in fretta a come garantirci vicinanza, affetto e condivisione in questa nuova realtà.

A livello lavorativo ci siamo interrogati velocemente su come poter continuare l’attività del nostro progetto “Ferite Invisibili”. La psicoterapia ha chiaramente come base fondamentale del lavoro la relazione professionale ed umana con i nostri pazienti. Il servizio inoltre si pone come obiettivo centrale del trattamento quello di fare rete con i centri di accoglienza, gli assistenti sociali, il servizio sanitario e legale che ruotano intorno alle persone di cui ci prendiamo cura.

Ci siamo quindi rapidamente attrezzati per continuare a garantire la nostra presenza in un’altra forma. La relazione non poteva essere in presenza e quindi abbiamo cominciato a fare terapie on line anche in gruppo con i mediatori, sia via Skype che in videochiamata. Abbiamo inoltre mantenuto contatti telefonici con le figure di riferimento dei pazienti rispetto ai vari campi di aiuto e sostegno. E abbiamo dato la possibilità di fare sedute di informazione, orientamento e sostegno emotivo anche agli operatori dei centri. Tutto questo con l’obiettivo di garantire il lavoro di rete ed anche un supporto psicologico in un momento in cui aumentavano i livelli di stress dovuti sia alla gestione del virus sia al nuovo modo di organizzare la vita e gli spazi all’interno dei centri di accoglienza.

L’esperienza è stata positiva. I pazienti si sono adattati velocemente a questa modalità on line e ne sono stati felici. Hanno potuto continuare il loro trattamento e ci hanno sentiti presenti e attivi nelle loro vite nonostante le distanze, le chiusure e le limitazioni.

Abbiamo scoperto che la psicoterapia on line si può fare; inizialmente temevamo che lo schermo potesse impedire la relazione o l’apertura dei pazienti. In realtà ci siamo accorti che comunque la relazione terapeutica rimane e continua a garantire l’andamento positivo della terapia, adattandosi a modalità e contesti diversi. Alcuni pazienti ci hanno riferito di sentirsi bene già solo all’idea di avere un appuntamento fisso con noi anche se telefonico. Altri si rasserenavano al suono delle nostre voci, altri hanno detto di non far caso allo schermo e di sentirci insieme a loro.

Certo è che tutti abbiamo una gran voglia di tornare al servizio, ritrovarci insieme nella nostra sede, ridere e scherzare come eravamo abituati a fare anche prima di cominciare le psicoterapie, in quel clima di casa e famiglia che ci è mancato e che il computer non può dare. Ma come si dice “di necessità virtù” e abbiamo scoperto di poterci adattare, sia noi che i pazienti, a nuove strategie e a nuovi strumenti. Desiderosi di tornare alla normalità, abbiamo sperimentato e validato comunque una buona alternativa in caso di necessità, per garantire la cura e il trattamento psicologico.

volendo fare una sintesi …

I vantaggi. Consideriamo l’esperienza online positiva per diversi motivi: il primo è che ci ha consentito di proseguire con i percorsi terapeutici già avviati e anche con nuove prese in carico; secondo: perché non abbiamo notato nella relazione terapeutica e nel trattamento in senso stretto, grossi limiti causati dalla diversa modalità. All’opposto, abbiamo notato una maggiore adesione al trattamento, considerato che nel corso dell’ultimo anno, i pazienti sono pressoché sempre stati presenti alle sedute con puntualità e motivazione, facilitati dalla modalità online che gli consentiva di collegarsi da qualsiasi posto, a patto che ci fosse riservatezza ed in qualsiasi condizione.

I limiti. Evidenziamo alcuni punti critici soprattutto nell’aspetto tecnico ed organizzativo: alle volte la connessione è scarsa e quindi la seduta è di difficile esecuzione; altre volte per i pazienti o per i mediatori è complicato trovare uno spazio di riservatezza da dove connettersi e pertanto la seduta ne risente nella sua qualità. Ultimo ostacolo è relativo al fatto che non essendo presenti in sede, lo scambio di documenti tra i membri dell’equipe è più difficile e farraginoso; questo risulta anche nel fatto che l’orario di lavoro è dilatato oltre il concordato.

Storie di vita

Abbiamo scelto di raccontare due storie che si distinguono per il fatto che una delle due terapie è iniziata in presenza ed è poi proseguita online, a causa della pandemia; l’altra, invece, è proprio cominciata con modalità online. Abbiamo fatto questa scelta, perché ci sembrava interessante mostrare come i due percorsi stiano entrambi procedendo bene, pur avendo delle diversità nel loro avvio e nella tipologia del trauma e delle storie. 

Simona Ciambellini e Cristina Caizzi (psicoterapeute)

 GRACE

Grace è una ragazza nigeriana di 16 anni. Arriva in Italia come vittima di tratta. Purtroppo a volte accade, nel suo paese, che famiglie povere decidano di “vendere” le proprie figlie a delle Madame, signore che sono agganciate al giro della prostituzione nei Paesi europei, tra cui l’Italia. Questa cosa viene fatta passare alle ragazze come un modo di andare all’estero, frequentare la scuola, trovare lavoro ed aiutare così la famiglia.

Anche Grace ha vissuto questo percorso. In particolare, ci ha raccontato di essere stata sottoposta ad un rito magico, un patto di sangue che la lega indissolubilmente alla Madama, dovendo quindi lei fare, da quel momento in poi, tutto ciò che la Madama vuole per lei. Per come Grace l’aveva intesa, questa Madama doveva rappresentare per lei, in una terra straniera, una figura di riferimento e cura, che l’avrebbe accompagnata nel suo percorso di integrazione. Ci racconta, di essersi resa conto di cosa in realtà la aspettasse, solo quando è arrivata in Italia ed ha trovato a prenderla all’aeroporto una donna che l’ha portata in un appartamento con altre ragazze, spiegandole che dal giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a prostituirsi. Da qui comincia per Grace un periodo molto difficile, fatto di violenze ed abusi da parte dei suoi clienti e dei suoi “carcerieri”.

Per Grace l’aspetto del trauma è collegato da un lato alla storia di inganno, dall’altro alle violenze fisiche e sessuali che ha poi vissuto in Italia.

Un giorno, per strada, Grace conosce una donna del suo Paese e questa la porta in un centro di prima accoglienza per ragazze straniere. Da qui Grace entra nel circuito della protezione per le vittime di tratta. Fa denuncia e viene accolta in un Centro proprio destinato a loro.

Grace arriva da noi inviata dal Centro. Cominciamo a vederla quando ancora la pandemia non è scoppiata, pertanto la maggior parte del suo percorso psicoterapeutico lo facciamo in presenza. Il lavoro iniziale è andato prevalentemente sul costruire un rapporto di fiducia con noi che eravamo donne, considerata la diffidenza che lei aveva, a causa delle figure femminili della sua vita (soprattutto la madre e la Madama), che l’avevano tradita, umiliata e violata. Solo dopo aver costruito un’alleanza e un luogo in cui si sentisse al sicuro, abbiamo lavorato sulla sintomatologia traumatica. Quando, scoppiata la pandemia, abbiamo dovuto utilizzare le sedute online, con Grace il passaggio è stato naturale e spontaneo e non abbiamo avuto difficoltà nel procedere con questa modalità. Ce lo siamo spiegate con il fatto che avevamo con Grace un’ottima alleanza già costruita, e che quindi, scoppiata la pandemia, la sua esigenza era non perdere questo spazio con noi, a qualsiasi condizione; non le interessava la modalità in cui l’incontro veniva svolto, ma il fatto che fossimo settimanalmente presenti nella sua vita. Finché ha potuto, andava nella sede del nostro servizio a collegarsi con noi, perché questo le dava il senso di stare “a casa” e di sentire di più la riservatezza. Poi, quando è stato necessario rimanere nelle proprie abitazioni, comunque, è stata capace di adattarsi e ha trovato un luogo sicuro e privato al Centro dove vive, piuttosto che smettere di vederci.

 

EVA

Eva è una signora di 43 anni, istruita, laureata in economia e viene da un paese africano. Fin dai tempi dell’università partecipa a qualche attività politica, in particolare entra in un gruppo di opposizione, con il quale svolge ruoli organizzativi (distribuire volantini nei seggi, convincere le persone ad andare a votare) e in seguito partecipa anche a qualche manifestazione. Apre poi un’attività economica e ha una vita agiata, dedicandosi a lavoro e famiglia (marito e figli).  Nel gennaio 2017 l’esercito la preleva nel suo ufficio di sera, portandola via legata e bendata. La portano in un edificio abbandonato che Eva non sa né dove né cosa sia.

Inizia ora la sua storia traumatica: riferisce di essere tenuta chiusa in uno spazio angusto, poteva vedere la luce solare solo da un foro nel muro, le veniva dato da mangiare una sola volta al giorno. Il peggio arrivava quando dovevano interrogarla: la portavano in un’altra stanza e la torturavano per circa due ore prima del colloquio, la paziente dice, turbata, “per prepararmi”. Riferisce di aver subito percosse, di essere stata spinta a terra e presa a calci con i soldati che la calpestavano, di venir lasciata per ore in piedi senza potersi muovere e di essere costretta a farsi i bisogni addosso. Qualche tempo dopo ci confidò di essere stata ripetutamente stuprata. Nel raccontare questi eventi Eva si agita molto e ripete “Mi ha distrutto”. In tutto è rimasta in carcere 6 mesi. Viene poi abbandonato bendata per strada di notte. All’alba viene soccorsa da alcuni passanti e riferisce di essersi sentita confusa e disorientata. Riesce ad indicare solo il quartiere dove abita la sua famiglia. Condotta lì, viene riconosciuta in piazza da alcune persone e portata dalla madre. Lì viene curata per 5 giorni e poi trasferita a casa di un’amica, a qualche centinaia di chilometri di distanza, per evitare di essere trovata. Decide quindi di scappare all’estero e si procura i documenti per poterlo fare, ma prima di partire, all’interno di un bar, viene notata, la polizia irrompe in abiti civili e la arresta nuovamente. Viene portata in questura e messa in una piccola stanza con circa altre 50 persone, con pochissimo spazio. Qui viene ancora picchiata, sia dalle guardie che da altri detenuti.

Dopo 20 giorni, un funzionario di polizia a lei sconosciuto le permette di uscire e le indica la strada delle fuga. Grazie all’aiuto di alcuni amici, riesce a procurarsi i documenti, saltare i controlli in aeroporto ed imbarcarsi su un aereo per l’Italia, dove giunge nel dicembre del 2017. Il suo viaggio continua per Amsterdam, dove resta per circa un anno, facendo richiesta d’asilo, ma l’Olanda la rimanda in Italia, per il trattato di Dublino, avendo lei un visto italiano sul passaporto.

Al momento è ospite presso un centro di accoglienza, in attesa di definire la propria situazione legale. Arriva a “Ferite Invisibili” a febbraio 2021, inviata da uno psichiatra che la segue farmacologicamente e che ritiene utile per lei un percorso di psicoterapia, per il suo Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD).

Quando la vediamo è evidentemente molto provata e ha un atteggiamento difeso e diffidente. Avviamo con lei una terapia online, perché siamo al momento obbligate dalla situazione della pandemia ad usare solo questa modalità. Essendo a conoscenza della sua grave situazione clinica, immaginavamo che il primo contatto mediato dallo schermo avrebbe potuto essere difficile. In realtà ci siamo accorte che Eva aveva soprattutto bisogno di essere rassicurata sulle modalità dell’incontro e, in particolare, rispetto agli aspetti legati alla riservatezza della psicoterapia; ma, una volta chiarite queste informazioni, si è dimostrata aperta alla relazione e desiderosa di essere curata e di trovare, per il suo malessere, sollievo e appoggio nella relazione.

Ai nostri occhi la sua necessità più grande è non sentirsi sola, dopo aver cambiato ruolo e perso status sociale e contatti con la sua famiglia. Per poter affrontare i suoi sintomi post-traumatici, ha bisogno soprattutto di sentirsi di nuovo in un contesto relazionale accogliente. Data questa sua necessità, il fatto che la terapia sia online sembra essere passato in secondo piano; infatti abbiamo visto che si è agganciata alla relazione con inaspettata fiducia ed apertura verso di noi e verso la mediatrice.

L’obiettivo del trattamento va su due livelli: aiutarla a risolvere i suoi sintomi e costruire con lei un progetto migratorio che possa ridarle una dignità appropriata al suo spessore ed alla sua preparazione culturale e professionale.