Quando sono arrivata a Roma, e più specificatamente a Domus Nostra, ero molto concentrata su me stessa e non sapevo cosa mi aspettasse. Mi sentivo persa, smarrita. Non sapevo se continuare il mio viaggio o restare qui. Ma dal momento in cui sono stata accolta, c’è stato un elemento che ha fatto sì che tutte le mie paure svanissero: la lingua e quindi l’importanza di comunicare.
Mi facevo molte domande inizialmente perché pensavo di essere stata abbandonata, di non avere nessun supporto, non mi piaceva il posto ma poi le cose sono cambiate.
Quando sono arrivata qui, ormai quasi un anno fa, pensavo che la mia salute mentale fosse grave ed invece fin dal primo giorno mi è stato proposto di seguire un percorso presso “Ferite Invisibili” (Il servizio dell’Area Sanitaria della Caritas è attivo dal 2005 per la cura di migranti vittime di violenze intenzionali e torture) ed è stato utile perché ho capito che mi davano supporto ed era tutto ciò di cui avevo bisogno per accettare che la mia salute mentale non era grave. Ho capito che potevo farcela!
Se ad oggi avessi la possibilità di parlare con una ragazza somala, prossima all’ingresso a Domus Nostra e vi dovessi rispondere su cosa avreste potuto fare meglio, vi direi: nulla. La possibilità di imparare la lingua, l’accoglienza e i consigli che mi avete dato sono stati per me importanti e vi suggerirei di fare lo stesso con le prossime ragazze.
Se penso al mio futuro, “ilaahay mahad un dhan u sugnatay” ( dal somalo che significa “è tutto nelle mani di Dio”).
La determinazione e il supporto che ho ricevuto mi aiutano a vederlo molto più sereno e a sognare di poter far venire la mia famiglia qui vicino a me, soprattutto mia figlia che ho avuto in tenera età.